Disco del mese. Non ho certo la pretesa che il disco del mese sia in assoluto il più bel disco uscito e nemmeno l'ultima novità discografica: semplicemente segnalerò quello che, tra i dischi ascoltati nel mese, più mi è piaciuto.

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Nopop: Sestetto

 Silta records 2005


http://www.nopop.it/

  1. L'airone
  2. Dìmal
  3. Gabanì
  4. Biancospino
  5. Il sorriso delle finestre
  6. Oalì oalà
  7. Saline
  8. Cosmos

Gian Maria Matteucci: clarinetto e clarinetto basso
Massimo Zaniboni: sax tenore e soprano
Stefano Savini: chitarre
Guido Facchini: pianoforte
Stefano Ricci: contrabbasso
Mauro Gazzoni: batteria


   Credo che molti siano d'accordo con me se affermo che ultimamente in ambito jazz (ma forse anche in quello rock) non fioccano certo molte novità. Intendiamoci: dischi belli in giro ce ne sono parecchi - forse fin troppi - anche se pare manchi quello che riesce davvero a fare la differenza, a rappresentare quella che si definisce con un termine abbastanza abusato una "pietra miliare". I musicisti più anziani del mestiere continuano generalmente a sfornare opere degne della propria fama, quelli più giovani danno il loro pregevole contributo con dischi vitali e ben suonati cercando di emergere nel mare magnum dell'ambiente che, è bene dirlo, non è mai stato così affollato come in questi anni di musicisti ben preparati e con buone doti. E' vero che le cose vanno valutate relativamente ai lunghi periodi, ma è vero anche che - con le dovute eccezioni - pare mancare sempre qualcosa, quel qualcosa che fa di un disco un capolavoro, che fa di un ottimo musicista un genio. Certo questi sono altri tempi rispetto a quelli di Parker, di Trane, di Don Cherry e perfino di Massimo Urbani, ma, come ogni altra cosa, anche il jazz si adatta ai tempi in cui è immerso.
   Non è nuova l'affermazione che "il jazz è morto" avendo esso esaurito la propria spinta innovativa, affermazione con la quale non sono d'accordo innanzitutto perché un genere non è finito quando non si rinnova più - ammesso che ciò sia vero - ma quando non lo si suona più, e inoltre perché è ben difficile per chicchessia definire la precisa linea di demarcazione di quello che è "jazz" e di ciò che non lo è. Difficile determinare un confine anche perché il jazz non è propriamente un genere musicale, bensì un modo di approcciare la musica in modo autonomo e libero da schemi, così come è stato fatto in passato da esperienze come quella dell'AACM di Chicago e non è un caso che Gabriele Mirabassi descriva nelle note di Sestetto il jazz come "ladro e bastardo". Finché qualcuno continuerà a fare questo, a mischiare le cose, a cercare soluzioni originali e non scontate, il jazz avrà il suo futuro assicurato che né il sottoscritto né critici o musicisti possono definire, anche perché farlo ora significherebbe chiudere le sue prospettive, emettendo una prematura ed irrispettosa sentenza.
   Nel novero dei talentuosi alla ricerca di una strada personale al jazz vanno senz'altro annoverati questi Nopop, gruppo emiliano/romagnolo (non mi azzardo ad entrare in questa spinosa questione geografica!) nato dall'incontro di Stefano Ricci e Stefano Savini che hanno trovato in esso un modo per concretizzare e proporre le loro composizioni, accompagnati in questo viaggio da quattro compagni che fanno dell'eclettismo un modo di concepire l'approccio musicale. I sei musicisti, tutti provenienti da studi classici, riescono a innestare in un tessuto prettamente jazzistico elementi di altre esperienze musicali - sia tradizionali che di provenienza colta - che convivono assieme senza frizioni, ma anzi integrandosi in un progetto coerente. Ciò che è subito evidente fin dal primo ascolto di questo disco è l'estrema compattezza della formazione dove nessun strumento prevale sugli altri, ma anzi dove ognuno di essi contribuisce in maniera paritaria alla riuscita finale dei brani che spesso assumono la speciale concretezza del suono che diventa materia tangibile.
   Il disco si apre con uno dei brani più trascinanti, Airone, dove il propulsivo tema collettivo sempre bene in evidenza, funge da collante ai vari assoli e dove il pianoforte si contraddistingue per un approccio particolarmente "classico"; l'atmosfera si raffredda decisamente con la meditativa Dìmal che, dopo l'iniziale suggestivo dialogo tra chitarra e pianoforte, ci suggerisce un viaggio nella pianura padana, lì dove ondeggiano le canne presso le paludi alla foce del grande padre Po. Ottimo l'assolo pacato del sax di Zaniboni e il lavoro di contro-canto morbido e fluido del clarinetto. Gabanì ha un inizio rumoristico dal sapore free e uno sviluppo cinematografico ritmicamente dettato dal pianoforte di Facchini di ispirazione tyneriana, seguono Biancospino, tango sui-generis più da balera romagnola che argentina guidato da un clarinetto particolarmente lirico, e Il sorriso delle finestre con la sua bella melodia sospesa tra silenzi enigmatici e melanconica dolcezza. Con Oalì oalà si torna al ritmo e ad un ritmo particolarmente complesso ben supportato dalla batteria di Gazzoni e che rappresenta il tappeto ideale per l'ottimo assolo Shorter-like di Zaniboni e l'arabeggiante clarinetto di Matteucci. E' il pianoforte che rallenta ancora il ritmo - e non solo quello musicale, ma soprattutto quello sensoriale - in Saline, brano delicato e sognante che scorre come l'acqua del fiume; è apprezzabile anche il lavoro dei fiati e quello di puro cesello di Gazzoni. Chiude il disco Cosmos, uno dei pezzi più belli, sicuramente il più ipnotico: dopo una lunga introduzione del contrabbasso di Ricci finalmente in solitaria evidenza, l'ondeggiante melodia è affidata alla chitarra e al clarinetto su cui si innesta perfettamente il pregevole lento assolo di Zaniboni al tenore che, pur citando molti grandi del passato non ne imita nessuno, il tutto sulla ritmica incalzante di batteria, contrabbasso e pianoforte - particolarmente cupo - che cresce sotto l'assolo e diventa pura forza trascinante anche per i successivi spazi solistici di Matteucci e Savini.
   Sestetto è un ottimo disco che sa mantenere vivo l'ascolto dall'inizio alla fine grazie soprattutto a due pregi: l'alta qualità e freschezza dei suoi brani che, seppur raffinati, mai diventano supponentemente intellettuali, ma che anzi sanno mantenere un vivo legame con la terra di appartenenza dei loro esecutori. In secondo luogo la bravura di sei musicisti che sanno dialogare tra di loro in ottima simbiosi senza particolari prevaricazioni, ma anzi contribuendo tutti in modo fattivo alla riuscita di quest'opera di debutto che forse non sarà una "pietra miliare" di cui dicevo all'inizio, ma che fa davvero sperare per il futuro di questo gruppo e della loro proposta; queste sono cose che si dicono spesso davanti ad un'opera prima, ma questa volta va affermato - come una certezza più che come augurio - in modo particolarmente convinto.

 

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