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Credo che molti
siano d'accordo con me se affermo che ultimamente in ambito jazz (ma
forse anche in quello rock) non fioccano certo molte novità.
Intendiamoci: dischi belli in giro ce ne sono parecchi - forse fin
troppi - anche se pare manchi quello che riesce davvero a fare la
differenza, a rappresentare quella che si definisce con un termine
abbastanza abusato una "pietra miliare". I musicisti più anziani del
mestiere continuano generalmente a sfornare opere degne della
propria fama, quelli più giovani danno il loro pregevole contributo
con dischi vitali e ben suonati cercando di emergere nel mare
magnum dell'ambiente che, è bene dirlo, non è mai stato così
affollato come in questi anni di musicisti ben preparati e con buone
doti. E' vero che le cose vanno valutate relativamente ai lunghi
periodi, ma è vero anche che - con le dovute eccezioni - pare
mancare sempre qualcosa, quel qualcosa che fa di un disco un
capolavoro, che fa di un ottimo musicista un genio. Certo questi
sono altri tempi rispetto a quelli di Parker, di Trane, di Don
Cherry e perfino di Massimo Urbani, ma, come ogni altra cosa, anche
il jazz si adatta ai tempi in cui è immerso. Non è
nuova l'affermazione che "il jazz è morto" avendo esso esaurito la
propria spinta innovativa, affermazione con la quale non sono
d'accordo innanzitutto perché un genere non è finito quando non si
rinnova più - ammesso che ciò sia vero - ma quando non lo si suona
più, e inoltre perché è ben difficile per chicchessia definire la
precisa linea di demarcazione di quello che è "jazz" e di ciò che
non lo è. Difficile determinare un confine anche perché il jazz non
è propriamente un genere musicale, bensì un modo di approcciare la
musica in modo autonomo e libero da schemi, così come è stato fatto
in passato da esperienze come quella dell'AACM di Chicago e non è un
caso che Gabriele Mirabassi descriva nelle note di Sestetto
il jazz come "ladro e bastardo". Finché qualcuno continuerà a fare
questo, a mischiare le cose, a cercare soluzioni originali e non
scontate, il jazz avrà il suo futuro assicurato che né il
sottoscritto né critici o musicisti possono definire, anche perché
farlo ora significherebbe chiudere le sue prospettive, emettendo una
prematura ed irrispettosa sentenza. Nel novero dei
talentuosi alla ricerca di una strada personale al jazz vanno
senz'altro annoverati questi Nopop, gruppo emiliano/romagnolo (non
mi azzardo ad entrare in questa spinosa questione geografica!) nato
dall'incontro di Stefano Ricci e Stefano Savini che hanno trovato in
esso un modo per concretizzare e proporre le loro composizioni,
accompagnati in questo viaggio da quattro compagni che fanno
dell'eclettismo un modo di concepire l'approccio musicale. I sei
musicisti, tutti provenienti da studi classici, riescono a innestare
in un tessuto prettamente jazzistico elementi di altre esperienze
musicali - sia tradizionali che di provenienza colta - che convivono
assieme senza frizioni, ma anzi integrandosi in un progetto
coerente. Ciò che è subito evidente fin dal primo ascolto di questo
disco è l'estrema compattezza della formazione dove nessun strumento
prevale sugli altri, ma anzi dove ognuno di essi contribuisce in
maniera paritaria alla riuscita finale dei brani che spesso assumono
la speciale concretezza del suono che diventa materia
tangibile. Il disco si apre con uno dei brani più
trascinanti, Airone, dove il propulsivo tema collettivo
sempre bene in evidenza, funge da collante ai vari assoli e dove il
pianoforte si contraddistingue per un approccio particolarmente
"classico"; l'atmosfera si raffredda decisamente con la meditativa
Dìmal che, dopo l'iniziale suggestivo dialogo tra chitarra e
pianoforte, ci suggerisce un viaggio nella pianura padana, lì dove
ondeggiano le canne presso le paludi alla foce del grande padre Po.
Ottimo l'assolo pacato del sax di Zaniboni e il lavoro di
contro-canto morbido e fluido del clarinetto. Gabanì ha un
inizio rumoristico dal sapore free e uno sviluppo
cinematografico ritmicamente dettato dal pianoforte di Facchini di
ispirazione tyneriana, seguono Biancospino, tango sui-generis
più da balera romagnola che argentina guidato da un clarinetto
particolarmente lirico, e Il sorriso delle finestre con la
sua bella melodia sospesa tra silenzi enigmatici e melanconica
dolcezza. Con Oalì oalà si torna al ritmo e ad un ritmo
particolarmente complesso ben supportato dalla batteria di Gazzoni e
che rappresenta il tappeto ideale per l'ottimo assolo
Shorter-like di Zaniboni e l'arabeggiante clarinetto di
Matteucci. E' il pianoforte che rallenta ancora il ritmo - e non
solo quello musicale, ma soprattutto quello sensoriale - in
Saline, brano delicato e sognante che scorre come l'acqua del
fiume; è apprezzabile anche il lavoro dei fiati e quello di puro
cesello di Gazzoni. Chiude il disco Cosmos, uno dei pezzi più
belli, sicuramente il più ipnotico: dopo una lunga introduzione del
contrabbasso di Ricci finalmente in solitaria evidenza,
l'ondeggiante melodia è affidata alla chitarra e al clarinetto su
cui si innesta perfettamente il pregevole lento assolo di Zaniboni
al tenore che, pur citando molti grandi del passato non ne imita
nessuno, il tutto sulla ritmica incalzante di batteria, contrabbasso
e pianoforte - particolarmente cupo - che cresce sotto l'assolo e
diventa pura forza trascinante anche per i successivi spazi
solistici di Matteucci e Savini. Sestetto è
un ottimo disco che sa mantenere vivo l'ascolto dall'inizio alla
fine grazie soprattutto a due pregi: l'alta qualità e freschezza dei
suoi brani che, seppur raffinati, mai diventano supponentemente
intellettuali, ma che anzi sanno mantenere un vivo legame con la
terra di appartenenza dei loro esecutori. In secondo luogo la
bravura di sei musicisti che sanno dialogare tra di loro in ottima
simbiosi senza particolari prevaricazioni, ma anzi contribuendo
tutti in modo fattivo alla riuscita di quest'opera di debutto che
forse non sarà una "pietra miliare" di cui dicevo all'inizio, ma che
fa davvero sperare per il futuro di questo gruppo e della loro
proposta; queste sono cose che si dicono spesso davanti ad un'opera
prima, ma questa volta va affermato - come una certezza più che come
augurio - in modo particolarmente convinto.
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