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"Improvisation is the organizing of sound without relying on preset music notation, spontaneously playing music without any preset thought, responding to sound intuitively, second to second". Ovvero: "L'improvvisazione è l'organizzazione del suono senza contare sulla notazione musicale pianificata, suonando spontaneamente la musica senza programmazione del pensiero, rispondendo al suono intuitivamente, secondo per secondo".
L'album inizia dal "Preludio", nel quale i due eseguono, con l'archetto, toni pacati e misteriosi che si sviluppano,attraverso un'escursione esasperata delle note, in un finale frenetico ed esaltante. Maggiore fluidità scorre nell' "Improvviso", dove Parker dà energia al proprio contrabbasso pizzicando sulle corde una successione di contrappunti tonici e accurati, mentre Dini vi disegna un background trascinante ed imperscrutabile. In"Intermezzo" il primo sperimenta il suo shakuhachi dando vita ad un sound malinconico, emotivo che, anche grazie all'accompagnamento riflessivo del secondo, colora il brano di atmosfere orientaleggianti. L'ultima traccia, l'esecuzione di maggiore espressività dell'album, è una sperimentazione sopraffina, emozionante. I contrabbassi giocano sugli armonici con l'archetto eseguendo principalmente note alte, così da creare un'intensa modulazione di suoni astratti, mistici e trascinanti. Nel sottofondo un perpetuo effetto acustico contribuisce a rendere il brano ipnotico e penetrante. Solo nel finale Parker offre un arrangiamento tipicamente jazz, che sfocia in una conclusione inaspettata ed enigmatica. Parker e Dini confermano la loro sensibilità musicale in
un registrazione che suscita sentimenti di stupore e che indubbiamente
porta un vento di novità nell'ambito jazzistico contemporaneo.
Giorgio Dini è il fondatore dell'etichetta discografica indipendente Silta Records. In questa veste ed in quella di musicista lo intervistiamo. Perché la scelta di due contrabbassi per questo album ? William ha suonato in diverse occasioni in duo con contrabbassisti di rilievo, come Joelle Leandre, Henry Grimes, Stefano Scodanibbio. Quando mi si è presentata l'opportunità di intraprendere questo progetto, ho deciso di mettermi in gioco e intraprendere questa sfida, certamente non priva di rischi. Gli ho proposto di affrontare la seduta di registrazione senza concordare alcunché, nemmeno una traccia elementare, nulla; sapevo bene che si tratta del tipo di musicista che in ambito improvvisativo di questo tipo ha pochi rivali, ero molto fiducioso del risultato finale. "Temporary", perché? "Temporaneo" è una parola che stimola situazioni effimere, propense a variare in maniera repentina, consoni all'approccio improvvisativo ‘intuitivo' che abbiamo messo in pratica; evoca contemporaneità, estemporaneità ed anche un elemento fondamentale nella musica: il tempo, che scorre parallelamente al fluire della musica. E' un episodio nelle nostre vite, la fotografia di un determinato momento nei nostri percorsi musicali che si sono intersecati in questa occasione. Ricerca del suono "puro" o contrasti emozionali? Una cosa non esclude l'altra! Il suono è elemento fondamentale in questo disco, per questo abbiamo voluto prestare particolare cura alla fase di mixaggio ed editing: proprio per curare il suono nel particolare. Ma vorrei dire che la ricerca del suono qui non è mai fine a se stessa, bensì mezzo espressivo. I contrasti sono altresì importanti, perché sebbene il disco sia caratterizzato da uno spirito unitario, i contrasti permettono di raggiungere quella varietà che è necessaria alla musica: io non amo la ricerca pura, quella rincorre se stessa, ma le espressioni artistiche innovative che sanno sorprendere per le direzioni inaspettate che prendono. Io amo tutti i contrasti: melodici, ritmici, sonori (‘alla Scelsi'), espressivi…. Ed emozionale come opportunamente noti tu. Con la tua scelta estetica intendi continuare la
tradizione dell'improvvisazione pura o dare nuovo impulso alla ricerca
musicale? L'improvvisazione è senz'altro l'anima delle blue notes, in cui il musicista esprime ogni lato della propria creatività. Qual è la tua idea in proposito? Tecnicamente le 'blue notes' sono note della scala blues (il terzo e settimo grado, nel bop anche il quinto grado) che vengono suonate leggermente calanti; è proprio questa ‘stonatura' a creare il tipico effetto ‘blues'. Quindi storicamente il musicista Blues ha fatto delle 'blue notes' il suo marchio di fabbrica, la sua cifra stilistica ed il Jazz è genealogicamente collegato al blues come sappiamo, quindi le 'blue notes' sono entrate nel linguaggio dell'improvvisatore Jazz. La musica a cui mi dedico ha forte una forte matrice improvvisativa ma esce decisamente dagli stilemi del Jazz Mainstream, quindi l'uso delle 'blue notes' non è contemplato in quanto tale (ovvero nelle sue relazioni coi gradi della scala), ma si trova certamente qualcosa di simile quando talvolta si fa uso di variazioni microtonali: anche queste, come le 'blue notes', arricchiscono il linguaggio espressivo! In nome della necessità della "fusione" tra generi diversi il jazz ha spesso percorso strade a volte originali, talaltre discutibili; quali sono stati secondo te i tentativi più significativi? Non essendo uno storico del Jazz la mia risposta potrebbe essere incompleta, comunque mi vengono in mente le fortunate esperienze del samba-jazz di Stan Getz e Jobim degli anni Cinquanta, poi le venature funk di Horace Silver nei primi anni Sessanta, poi la fusion della fine anni Sessanta / inizi Settanta coi Weather Report e Miles Davis. Più recentemente noto ottimi risultati nelle commistioni con le influenze arabe/mediorientali proposte da Rabih Abou-khalil, le sonorità di Trilok Gurtu, ma anche le atmosfere ricche di pathos di Annette Peacock, le escursioni nella contemporanea di Meredith Monk…E potrei continuare l'elenco! Quali artisti reputi tuo punto di riferimento? Questa è la domanda che un musicista cerca sempre di evitare per non essere identificato troppo facilmente – lasciamo agli altri trovare i nostri punti di riferimento! Posso solo dire che è normale avere dei periodi in cui si vuole approfondire la conoscenza artistica di un musicista che si apprezza, poi seguono le fasi di interiorizzazione e di assimilazione, al termine delle quali si è arricchita la propria identità musicale; solo occorre stare attenti a non fissarsi su un filone soltanto, se no si diventa dei cloni (o delle brutte copie nei casi sfortunati…) e non ci si evolve. A che punto è dunque la tua ricerca musicale? La mia ricerca musicale è in continua evoluzione e cerco sempre nuove strade. Anche se il cuore di questo percorso resta l'improvvisazione, preferibilmente ‘intuitiva' (una volta si diceva anche ‘radicale' ma questo termine rischia identificazioni fuorvianti) ma senza vincolarsi a questa, ovvero ammettendo senza problemi l'uso della tonalità, mi piace misurarmi con interpretazioni di brani di musica classica dalla quale traggo molta ispirazione, soprattutto in termini di cura del suono, della dinamica, dell'espressione, del controllo e dell'architettura improvvisativa. Cosa aspetti dal gusto del pubblico?
Come pensi che la critica accoglierà questo
album? Questa è una domanda che richiederebbe una risposta strutturata, perché le dinamiche che regolano attualmente la scena Jazz sono piuttosto complesse e possono anche presentare differenze a seconda della geografia e dei mercati. A dirla in breve comunque, se parliamo del Jazz che vuole progredire ed evolversi e non di quello che si limita ad autocelebrarsi, allora ha il forte bisogno di allargare i propri confini; questo non significa invadere necessariamente territorio altrui, o mescolare tendenze diverse come avvenne in passato per esempio con la Fusion. Significa che il concetto di improvvisazione non deve temere di estendersi ed evolversi verso forme musicali neanche facilmente definibili. Questa difficoltà a esprimere certa musica in categorie ben precise rende la vita difficile all'industria del disco, ai giornali e a gran parte del pubblico, ma in realtà voler classificare a tutti i costi la musica non serve, perché quello che conta sono i contenuti artistici. La Silta Records senz'altro si distingue per l'originalità delle proposte: perché questa scelta? Silta Records è nata per colmare un vuoto: permettere la diffusione di musica di valore e contenuti artistici. L'elemento centrale è l'artista e non le considerazioni di business o di moda, per questo il catalogo contiene musica originale e talvolta coraggiosa. Silta records e i suoi artisti non temono di osare! Se mi chiedi se troppa musica viene pubblicata rispondo che troppa musica inutile viene pubblicata. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Sotto il profilo dell'attività di musicista, ho in cantiere un CD in
quartetto in stile ‘Old and New Dreams' con George Haslam,
Stefano
Pastor e Gianni Lugo, poi altro in fase di
progettazione con Simone Zanchini e Gianni
Lenoci ed ospiti ragguardevoli. L'etichetta sta per
festeggiare i 5 anni di attività con la pubblicazione di un CD in duo di
Steve
Lacy & Mal Waldron, edizione numerata per
collezionisti, al quale seguiranno proposte sempre vive ed originali che
ancora non vorrei svelare!
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