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Siena: petizione contro la chiusura del teatro2
4ARTS sostiene gli artisti senesi in difesa del loro
spazio
di Luca Ribustini - 04/05/2010
Come sostenere TeatrO2? Salva
e stampa i due documenti in calce all'articolo ("petizione" -
"modulo raccolta firme"). Chiunque può raccogliere le firme:
fai firmare tutte le persone che conosci (amici, colleghi,
conoscenti, parenti, ecc..). Maggiore sarà il numero delle
persone che firmeranno il documento, più sarà data importanza
alla petizione. Contatta TeatrO2 per la riconsegna dei moduli
firmati (info@teatro2.org –
0577.271470 o 339.5245309) o spedisci i moduli all’indirizzo:
TeatrO2 – Via Fontebranda 95 (Zona Sienartefice) – 53100
Siena. Se hai bisogno di altri dettagli chiama la nostra
redazione: mob. 347 2333521.
Lascia il
tuo commento a sostegno di TeatrO2, in calce alla
pagina!
La storia di TeatrO2
Il sogno si era avverato 5 anni fa. Dopo
diversi spostamenti e un transito nei locali della Corte dei
Miracoli, TeatrO2 aveva finalmente trovato casa in uno
dei luoghi più significativi di Siena, nei pressi della più
antica fonte cittadina: Fontebranda. Orgoglio di ogni senese,
Fontebranda per secoli ha dato da bere a uomini e animali,
nelle sue vasche si sono sciacquati panni e tinte stoffe; le
sue antiche arcate e l’acqua che sotto vi scorre sono state il
simbolo dell’operosità cittadina. Quale luogo migliore,
dunque, per dare asilo ad un’associazione culturale che porta
un altro elemento vitale, l’ossigeno, nel proprio dna? Abbiamo
occupato lo spazio con fierezza, sentendoci da subito
partecipi del grande progetto di ristrutturazione dell’ex
macello: Sienartefice. TeatrO2 ha una natura multipla:
Compagnia, Teatro, Scuola, Associazione. Compagnia, cioè
officina di gruppo in cui esprimere il proprio bisogno
d’arte; sala teatrale, che fa dono di sé alla Città, in
forma di spazio libero e protetto; scuola, ossia stanze in cui
si parla e si ascolta, pronte ad accogliere chi guarda con
curiosità ricettiva alle cose della vita; e infine
associazione, il sodalizio che, attraverso la Compagnia, il
Teatro e la Scuola, si compie nell’incontro con il prossimo.
TeatrO2 è luogo fisico, ma anche immateriale, un’idea che s’è
fatta prima progetto e poi realizzazione. Fondato nel 1995 da
Mila Moretti e Martino Convertino, TeatrO2 si è occupato, a
Siena, della gestione del Piccolo Teatro, prima della sua
chiusura per restauri. Trasferiti successivamente in Corte dei
Miracoli, la connotazione incerta e inadeguata degli spazi ci
ha spinto ad un nuovo trasloco, provvisorio, in una
palestra. Nel frattempo, si stavano liberando i locali
di Sienartefice. Abbiamo scelto di rischiare, prendendo in
locazione un ex-ufficio e trasformandolo in teatro a spese
nostre. Purtroppo, l’importo iniziale del canone di affitto,
1000,00 euro, a seguito degli aumenti annuali e dell'aggiunta
di una piccola saletta adiacente, è salito a 1.700,00. Una
cifra del tutto insostenibile per un'associazione culturale;
due anni e mezzo fa TeatrO2 ha deciso di procedere ad
un’autoriduzione, pagando alla Fontebranda srl (società
concessionaria degli immobili della zona Sienartefice) un
canone mensile di 500,00 euro, in attesa che le istituzioni
riconoscessero il radicato valore sociale della nostra
attività. D’altra parte, destinatario finale di parte del
danaro corrisposto alla Fontebranda srl è il Comune di Siena,
in quanto proprietario dei fondi e dei locali in questione -
per gran parte vuoti - alcuni dei quali stanno letteralmente
cadendo a pezzi. Forse, come dice qualcuno, "E’ meglio un
locale vuoto che affittato a un prezzo basso", sarà per questo
allora che la Fontebranda srl, non riscontrando alcun
interesse istituzionale o sociale per il lavoro di TeatrO2, ci
ha citato in giudizio per gli arretrati non corrisposti.
Arrivati a questo punto, l’intervento del Comune e della
Provincia di Siena, in un senso o nell’altro, appare
necessario e imprescindibile. Occorre assumere una posizione
decisa, scegliendo di conservare o di non conservare TeatrO2,
attività che non soltanto ha sede in uno spazio comunale, ma
che è anche l'unica scuola permanente di teatro rimasta in
vita a Siena. Riteniamo che, se sussiste la volontà
istituzionale, qualcosa si possa ancora fare, prima di vedere
ignorato e punito un lavoro capillare di quindici anni,
portato avanti a beneficio della cittadinanza senese, bambini
e adulti. Tutti noi di TeatrO2 crediamo che andrebbe
riconosciuta, come valore autentico, la professionalità del
presidente e direttore artistico, Mila Moretti, la persona
dalla quale hanno attinto quasi tutti quelli che, nella zona,
lavorano nello spettacolo. Mila, superando con intelligenza e
tenacia le sue difficoltà fisiche, imposte dal 100% di
invalidità civile riconosciuta, è soprattutto eccellente
attrice, regista e insegnante; come attrice, autrice e regista
ha portato in scena nei teatri italiani storie e autori
importanti, da Medea a Sabina Spielrein, da Pinter ad Arrabal;
come docente e cuore pulsante dell’associazione, è
un’operatrice culturale che trova negli spazi di TeatrO2 (più
agevolmente raggiungibili da casa, grazie alla scala mobile di
Fontebranda) motivazioni vitali per se stessa e per gli altri.
E’ noto che l’amministrazione comunale di Siena abbia scelto
di non assegnare uno spazio fisso alle compagnie, concedendo
soltanto stanze per le prove e sale per le rappresentazioni;
tuttavia, quello in questione è senza dubbio un caso diverso:
a TeatrO2 non serve uno spazio per realizzare spettacoli
propri da mettere poi a profitto, ma un luogo in cui mettere a
disposizione della città un servizio culturale, didattico ed
educativo continuativo. Un teatro-laboratorio aperto tutti i
giorni, dove insegnare molteplici discipline, ma dove il
Teatro si possa anche vederlo, scoprendone i segreti e il
fascino, aprendosi al confronto con altre realtà teatrali.
Certo, il Teatro a Siena c’è, i Rozzi o i Rinnovati
costituiscono senz’altro un esempio alto, ma alquanto
irraggiungibile dalle piccole compagnie. TeatrO2 propone
piccoli spettacoli, ma di eccellente qualità. Gli allievi
hanno l'opportunità di scoprire cosa significhi fare teatro
con pochi soldi, tante idee e soprattutto studio e passione.
Ed è proprio questo tipo lavoro, più ancora di quello degli
stabili, a rappresentare la maggior parte della produzione
teatrale italiana. Ci piace operare portando avanti un'arte
che non sia mera soddisfazione di aspirazioni narcisistiche
personali, ma che punti piuttosto all’incontro con una reale
esigenza della cittadinanza. Ci piace dare spazio a
professionalità diverse, tutte importanti. Siamo costantemente
impegnati nello scardinare le vituperate barriere fra
associazioni teatrali diverse, ci adoperiamo nel promuovere
una collaborazione sana e proficua con le altre realtà locali.
Abbiamo portato il teatro ai bambini di Siena, dai più piccoli
agli adolescenti, dai normodotati ai diversamente abili.
Abbiamo dato la possibilità a chi si voleva cimentare nei
mestieri tecnici di avere un posto, delle attrezzature e delle
persone con cui lavorare. A livello di contributi
professionali, possiamo contare su di uno staff artistico,
didattico e tecnico di particolare qualità. Tra i nostri
collaboratori figurano personalità quali Francesco Burroni,
Serena Favilli, Bianca Francioni, Margherita Fusi, Alberto
Massi, Silvia Morandini e molti altri. Per quanto riguarda i
laboratori e gli spettacoli per l’infanzia, TeatrO2 si avvale
del supporto della cooperativa sociale Camaleonde, già
ampiamente nota sul territorio per attività didattico-ludiche
ricche di percorsi specifici per l’educazione alle differenze.
Le metodologie utilizzate vanno dal teatro alla danza-terapia
e arte-terapia. Con i più giovani, il gioco è sempre lo
strumento privilegiato per favorire il coinvolgimento e la
libera espressione dei singoli, e per la costruzione delle
relazioni interpersonali. Quello che TeatrO2 chiede, è di
voler considerare questa battaglia per la sopravvivenza non
come cosa propria, ma come lotta culturale comune, che ampli e
superi il concetto di casa & contrada. Naturalmente
potremmo anche chiudere i battenti e basta, dedicandoci alle
produzioni o agli spettacoli. Ma il fare parte delle sette
realtà culturali alle quali il Comune di Siena ha concesso la
residenza artistica rafforza una convinzione che sulla carta
tutti condividono: vogliamo continuare ad esistere come
teatro-laboratorio vitale e produttivo. Non chiediamo di
sovvenzionare un'attività che da sola non ce la farebbe, ma
soltanto uno spazio possibile in una zona tuttora
sostanzialmente vuota, che abbiamo già trasformato in realtà
teatrale viva, amata e frequentata. Abbandonando al proprio
destino TeatrO2, il Comune non abbandonerebbe soltanto degli
operatori culturali, ma tutta Sienartefice, creatura che non è
stato facile rendere attraente, ma che infine ha portato ai
famosi e famigerati ex macelli un pubblico curioso e stupito.
In questa direzione va anche la nostra ultima iniziativa in
cantiere, la rassegna teatrale “PUNTI IN MOVIMENTO. Progetto
per un laboratorio permanente di pratica e cultura dello
spettacolo”. Ancora una volta, la realizzazione di questo
progetto ha l’obiettivo di rendere possibile la circolazione
di artisti, insegnanti, compagnie ed autori al di fuori delle
proprie zone d’origine, per rilanciare sul territorio le
energie culturali che gravitano attorno al nuovo teatro
indipendente. Il respiro più ampio in termini di durata, di
territorio coperto e di pubblico coinvolto, darà vita ad un
circuito virtuoso che unirà la riconoscibilità dell’evento,
l’attenzione dei mezzi di informazione, l’appeal per gli enti
finanziatori e infine l’alto tasso di partecipazione, grazie
alla capillarità che consente la rete. La finalità generale
del progetto è quella di rendere Siena, da sempre luogo ideale
di approdi, quel “punto in movimento” in grado di accogliere
non solo le grandi realtà artistiche, ma anche quei soggetti
culturali che si muovono in spazi diversi e non
convenzionali. Siamo fiduciosi che una città che si
candida a capitale europea della cultura 2019 non possa e non
voglia tralasciare un’attività come la nostra, tenacemente
connessa alla vita cittadina e universalmente apprezzata, come
testimoniano le tante firme raccolte e le numerose
manifestazioni di affetto che stiamo ricevendo in questi
giorni.
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Qualità e maturità espressiva nel nuovo "live" proposto da
paolo lattanzi
Anche il trombonista Robin Eubanks tra i
musicisti
di Fabrizio Ciccarelli - 27/04/2010
A tre anni di distanza dall’ultimo album
“Night Dancers” prodotto nel 2006 dalla Silta Records, il
batterista e compositore Paolo Lattanzi continua la sua
esperienza con questa casa discografica proponendo un live in
studio di sicuro livello, in linea con il “credo” sperimentale
dell'etichetta creata da Giogio Dini, nel quale il batterista
si propone come band leader, compositore ed arrangiatore. La
performance può vantare anche l’eccellente partecipazione, in
sette degli undici brani, di Robin Eubanks, tra i migliori
trombonisti della scena statunitense e membro stabile del Dave
Holland’s Quintet. Difficile definire in un genere univoco il
complesso sound che scaturisce dal vivace e fluido interplay
del sestetto: si passa attraverso il bop ed il mainstream, ma
anche per le sonorità del Miles Davis degli anni ’60,
modernizzate e rielaborate con una base armonica energica e
innovativa. Registrato dal vivo a Boston, il disco sembra
risentire dell’influenza di questa area culturale degli Stati
Uniti, jazzisticamente feconda ed eclettica. Fin dal
brano introduttivo , “Illusions”, emerge la complessità degli
arrangiamenti e dei fitti dialoghi eseguiti negli oltre
settanta minuti dell’album. Eubanks plasma delle fluide
evoluzioni tecniche in un irrequieto duetto con il sax di Rick
Stone; a sostenere la trama vi è la solida ritmica composta
dalla batteria e dall’estroso basso di Loughman. Costante
sullo sfondo il pianoforte di Kordis che disegna un
coinvolgente assolo dai parametri estetici rapidi e vigorosi
prima del vivace finale in controtempo, in cui Lattanzi esegue
contrappunti energici notevoli. In “A White Page” Kordis
esplora le atmosfere cromatiche con sicurezza esecutiva
definendo con grande pulizia sonorità eterogenee, prima
distese e poi incendiarie, divenendo lo strumento portante
dell’intera performance. In “The Need For Essence” si passa
attraverso difformi cromature timbriche, tra temi pastosi e
aspri, tesi e delicati, con movimenti a volte sospesi a volte
terzinati, in cui la band cerca di eseguire solo le note
basilari, quelle “essenziali” dell’arrangiamento.
L’album si presenta come un ottimo lavoro compositivo ed
improvvisativo nel quale, sapendo variare con misura tra la
filologia e l’estemporaneità, questo valido ensemble ha
saputo esprimere un sound esteticamente vibrante e
raffinato. L’approfondimento del nucleo espressivo del tema
appare sempre rigoroso, nell’intenzione di presentare idee
avanzate, sottili ed essenziali, talora introverse ed
estremamente concentrate, armonicamente giocate sull’ambiguità
delle voci intermedie che si spostano di continuo, alterando
volutamente la struttura accordale del tema. L’ispirazione
artistica è di caratura non facile, venata di profondità
timbriche evidenti soprattutto nei momenti improvvisativi più
radicali e più convincenti: il dialogo sonoro esce dunque
dalla tradizione per creare “distonie” parallele, le stesse
che danno vita ad una sorprendente continuità
espositiva. Paolo Lattanzi dà prova delle sue notevoli
doti tecniche e ritmiche dirigendo la band in ogni brano,
accompagnando e disegnando con maturità ed equilibrio le
partiture per un quintetto dalle capacità esecutive davvero
indiscutibili.
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Il viaggio del dr. frankestein a teheran
Il teatro come forma di coesione tra culture
di Franco Ungaro - 17/03/2010
Pubblichiamo l'affascinante reportage
scritto da Franco Ungaro sul recente tour a Teheran della
compagnia Koreja. Il racconto, appassionato e sincero,
dimostra come, grazie al teatro, sia possibile abbattere ogni
barriera. Anche se le paure e i pregiudizi possono sembrare
insormontabili...
Ai tempi di Internet, tutti sanno di tutto.
Così, è grazie al web che tutti sanno della difficile
situazione in Iran. L'invito da parte del Festival Fadjr di
Teheran di presentare il nostro spettacolo Dr.Frankenstein ci
mette addosso agitazione e preoccupazione. Prima di decidere
se andare o meno ci siamo messi a chiedere informazioni,
consigli, rassicurazioni. Alla fine abbiamo deciso
di andarci perché pensiamo che sia meglio affrontare di petto
le difficoltà anziché crogiolarci in giudizi precostituiti e
liquidatori. Mettiamoci a disposizione del teatro e del
pubblico iraniano- ci diciamo -, cercando un contatto
ravvicinato e sincero. Ci perderemo le primarie per le
elezioni regionali, ma forse è più grave perdersi quest'altra
opportunità. Abbiamo fatto bene o male? La domanda è
ancora la stessa quando dal finestrino dell'aereo fa
impressione l'interminabile strettissima serpentina di luci
che termina poco prima della piana di Teheran sulla quale
atterra l'aereo. Sul pulmino di servizio del Festival Fadjr
capisco che quella interminabile serpentina è proprio la
strada che ci porterà nel centro di Teheran, città anch'essa
interminabile, immensa. Sessanta chilometri da un capo
all’altro. Quindici,forse venti milioni di abitanti, non si
sa. Un'ora abbondante per arrivare all'Hotel Ferdosi dove gli
organizzatori del Festival ci hanno riservato le camere
richieste ma che non sono tutte disponibili. Ci saranno dal
giorno dopo, ci dicono. Arriviamo dopo ventiquattro ore
di viaggio con sosta tecnica all'aeroporto di Istanbul dove
nevica per tutte le sette ore di scalo, per niente addolcite
dai cd di musica che il commesso del duty free ci spinge a
comprare. Il groove alla turca di Burhan Ochal e i timbri
ascetici di Djvan Gasparian ci introducono alle atmosfere di
Teheran. E'passata mezzanotte quando da Istanbul
decolliamo per l'ultima tratta, l'aereo è pienissimo ma sembra
un volo come tanti. Le tre ragazze sedute nella fila affianco
alla mia sono particolarmente allegre, chiacchierano per
tutto il tempo, consumano con voracità il vassoio servito
dalle hostess. Teheran si avvicina quando tra di loro
all'improvviso si fanno cenno, iniziano all'unisono un lungo
trattamento di creme e profumi sul volto e sul corpo e
indossano il velo sul capo. Manca un'ora circa
all'atterraggio, capisco che siamo in territorio iraniano,
sorvoliamo montagne rese ancora più bianche da un cielo pulito
e stellato. Anche per Francesca e Laura, le nostre due uniche
donne che ci accompagnano, è il segnale che devono iniziare a
coprirsi il capo. Ora è’ lunedì e sono le quattro e mezza
di mattina. Siamo all'Hotel Ferdosi e sui cellulari arrivano
sms con Vendola vittorioso alle primarie e Palese candidato
Pdl. Accettiamo di stare in sette in tre camere. La mia si
affaccia sulla strada rumorosissima e trafficata. Non facciamo
in tempo neanche a chiudere gli occhi che arriva l'ora
dell'appuntamento con l'amabilissima e colta Parvin, il nostro
angelo custode che ha studiato a Venezia e parla benissimo
l'italiano. Ci viene spontaneo porgere le mani per salutarla
ma il suo sorriso è monito che ricorda a tutti noi il divieto
di toccarsi fra maschi e femmine. Ci consegna la solita busta
per gli ospiti con il programma del Festival. In testa prima
le foto di Imam Khomeini, dell'ayatollah Khamene'ee e del
Presidente Ahmadinezhad, poi quelle dei responsabili del
festival. Un centinaio di spettacoli in nove giorni in
quindici dei quaranta teatri della città. Molte le
giovani compagnie. In hotel incrociamo gli amici del Teatro di
Piazza e d'Occasione di Prato. Scopriamo solo ora che il
nostro Dr.Frankenstein prende parte alla competizione
internazionale e che hanno venduto tutti i biglietti
disponibili. Il riscaldamento a manetta nel pulmino di
servizio rende ragione alle montagne innevate che appaiono e
scompaiono alla nostra vista. Dal pulmino di servizio la città
appare nella sua normalità con molta gente in giro, tante le
donne con lo chador nero ma tantissime quelle con un semplice
velo o un fazzoletto sul capo. Niente polizia per strada, a
meno che non ci vedano senza essere visti, come direbbe
Shakespeare. Anche senza accompagnatori ufficiali
attraverseremo le piazze più grandi e importanti della città
ma non vediamo e non vedremo manifestazioni di
protesta. Parvin ci conduce al laboratorio dove
hanno costruito parte delle scene del Dr.Frankenstein. Il
grande cerchio di metallo è quasi pronto, il tavolo no.
Il laboratorio di costruzione è attrezzatissimo,
cerchiamo lì altri oggetti e pezzi di scenografie che ci
saranno utili. Il laboratorio fa parte del Ferdossi Theater
dove in serata debutterà l' Opera delle Marionette diretta
dal regista Behrouz Gharibpour con testi del più celebre
e popolare fra i poeti iraniani, Rumi. In ottobre sono stati
al Teatro Quirino e al Teatro Argentina di Roma.
Impressionante il colpo d'occhio sul folto gruppo delle
animatrici col capo avvolto dal velo viola e lo spolverino
nero. In attesa di veder completate le nostre scenografie,
alle 18 riusciamo a vedere mezz'ora dello spettacolo di
marionette con un avvio folgorante di immagini, canti e suoni
che ci immergono immediatamente nella storia dell'Iran. Storia
di epici combattimenti in nome di nobili ideali e sentimenti
con donne e madri al centro della storia. Lasciamo a
malincuore la sala nel bel mezzo dello spettacolo per un
sopralluogo al City Theatre, un grande complesso circolare a
più piani con gli uffici dell'Academic Art Centre che
organizza il festival, sale per esposizioni, laboratori, prove
e cinque teatri di diverse dimensioni. Mi stacco dal gruppo
per andare a vedere lo spettacolo Zero 'O Clock dell'iraniano
Attila Pesyani, il racconto di un sogno tra suggestioni
borgesiane e stilemi poco elaborati della performing art. Gli
altri compagni prendono accordi per il montaggio, il
palcoscenico va bene ma le attrezzature richieste non ci sono
ancora. Ci saranno dal giorno dopo, ci dicono. Il taxista che
mi accompagna non ha navigatore, non conosce bene la strada
per arrivare all'albergo e il giro si allunga ma non si prende
più di 20.000 rial, meno di due euro. Il martedì è giorno di
montaggio e di spettacolo. Per noi è una vera e propria
'prima', per di più al di fuori delle nostre mura. I tecnici
del teatro ci assistono in tanti, ne conosciamo non meno di
dieci, tutti disponibili e generosi. Tra loro c'è Omar che ha
origini dell'Azerbajgian e ci invita a una pausa nella
sua stanza per bere il tè e recitarci le sue poesie d'amore.
E' sorprendete come in Iran tutti , piccoli e grandi, siano
capaci di recitare poesie. In qualunque momento e luogo, in
casa e per strada, a sera e al mattino, un po’ come facciamo
noi con le canzonette. Nel teatro si riesce sempre a fare
e ottenere tutto quello che ci serve ma con i loro tempi e i
loro modi. Ognuno fa la sua parte, ognuno ha al di sopra
qualcuno cui chiedere e rendere conto, si tratti di un chiodo
o di un cavo. C'è poco tempo per salutare al terzo piano i
responsabili del festival Hastane, Mousavi e Heydari
prima che alle tre arrivi il funzionario della censura.
Dobbiamo far vedere solo per lui l'intero spettacolo per
ricevere il nulla osta. Sappiamo già come funziona in Iran: in
pubblico e in scena è vietato danzare, è vietato il
nudo, è vietato toccarsi fra maschi e femmine, anche solo per
darsi la mano. Sappiamo ma siamo preoccupati comunque. Per
fortuna Dr.Frankenstein ha solo due interpreti maschili in
scena, quindi non ci sono problemi se si toccano fra di loro.
Il funzionario chiede comunque che uno dei nostri attori copra
il suo busto in una scena dello spettacolo. Scopriamo che il
mixer luci non funziona bene. Aspettiamo cinque ore prima di
avere quello buono. Siamo in ritardo e in tensione. Solo
un'ora prima di andare in scena si riesce a provare luci e
suono e alcune scene dello spettacolo e solo venti minuti
prima arriva il proiettore per i sottotitoli. Non abbiamo
tempo di provare lo spettacolo con i sottotitoli in parsi,
decidiamo di mandare i sottotitoli in inglese. Fuori dalla
sala arrivano le voci di un pubblico che sentiamo impaziente.
La sala di duecento posti si riempie fino all'inverosimile,
con posti che si aggiungono di momento in momento, prima sui
gradini della tribuna, poi cuscini per terra fino al limite
del proscenio, e infine gente su una galleria improvvisata.
Giovani e donne, soprattutto. E i membri della giuria, tra i
quali scorgo Ian Herbert, critico di Londra, che incontro
spesso in giro per festival. Saranno loro a raccontare dal
punto di vista critico lo spettacolo, per noi è certamente una
serata particolarissima con una empatia fra pubblico e attori
che raramente ci è capitato di trovare. Quando avverti che
tutti insieme e nello stesso momento si respira, si
ride, ci si spaventa e ci si commuove capisci davvero
che vuol dire teatro. Ci dicono che l'abitudine qui è
quella di battere le mani alzandosi in piedi, guadagnare
velocemente l'uscita e mettere in una urna il fogliettino con
il voto dello spettacolo (ottimo, buono o sufficiente). Il
tutto dura non più di un minuto. Martedì 26 gennaio è successo
qualcosa d'altro, con gli attori richiamati più volte in scena
e applauditi e gli spettatori fermi a parlare con loro, come
se non volessero più staccarsi da loro e qualche ragazza
spingersi a dare loro persino la mano. Ci ripagano così, con
grande generosità e coinvolgimento,una giornata come
tante, difficile e insostenibile come questa,
quando ogni cinque minuti ci chiediamo 'Ma chi me ce la fa
fare?' La prima replica è finita. Ancora sms con tre
candidati a governatore: Vendola-Palese-Poli. A cena siamo
ospiti di Carlo Cereti e di sua moglie Tiziana. Ci
volevano ringraziare per le medicine da noi portate per un
loro amico. Carlo è da sei mesi addetto culturale
dell'Ambasciata italiana, tra i pochi esperti di cultura
iraniana in Italia. Abita a Teheran Nord, il taxi senza
navigatore si ferma almeno tre volte per chiedere lumi sulla
strada da fare. Arriviamo in una casa piena di iraniani che
hanno studiato in Italia o che parlano benissimo
l'italiano. C'è lo scenografo più importante dell'Iran,
innamorato del teatro di Carmelo Bene. Anche il cibo è
italiano come le inattese canzoni di una architetta,
appassionata di Tenco e Modugno. L'ultima canzone con cui ci
salutiamo tutti è di Giorgio Gaber. A Teheran 'la libertà non
è uno spazio libero, libertà è partecipazione' ha un mood
speciale. E' di nuovo notte inoltrata. Il freddo punge e
il cielo è pieno di stelle. Si corre in albergo per
cercare di recuperare il sonno perduto. Ma le camere libere
non sono arrivate.
Mercoledì 27 facciamo colazione in un albergo
pieno di artisti polacchi, russi, svizzeri, cechi, colombiani,
cinesi, coreani, turchi, venezuelani. Dalle 10 alle 13 è
previsto al City Theatre il nostro workshop con attori
iraniani. Abbiamo ottenuto di poterlo fare con maschi e
femmine insieme. La stanza non c'è e neanche il lettore cd.
Arriverà ci dicono. Intanto arriva gente dai 16 ai 30 anni,
una ventina in tutto, le ragazze con i capelli coperti dal
velo. Abbiamo anche la sala. Ci si presenta e via con gli
esercizi proposti da Salvatore e dai due Fabrizi. Poi arriverà
anche il cd. Esercizi sconosciuti a loro, devono mettere in
gioco soprattutto le loro capacità di reazione e di relazione,
le possibilità diverse nell'uso del proprio corpo, gesti
che diventano sequenza, movimenti che diventano danza, azioni
che si trasformano in puro ritmo. Esercizi che riescono loro
facili, a guardare dalla velocità, l'intensità e
l'applicazione con cui riescono a eseguirli. Fa spicco per la
sua gigantesca stazza e per il fatto che studia
fisica un ragazzo che abita a cinquanta chilometri da
Teheran e gli piace il teatro. L'aria è pregna di sudore ma
c'è una bellissima atmosfera. Qualcuna spruzza un po’di
profumo sul proprio corpo. Al pomeriggio il magazine del
festival riporta la notizia che Dr. Frankestein è lo
spettacolo più gradito del pubblico del festival seguito da
uno polacco. Qualcuno mi dice che il motivo è da ricercare nel
'messaggio' dello spettacolo. La bestia, creatura artificiale
dell'onnipotente Dr.Frankenstein e simbolo della diversità e
dell'alterità, si ribella e si vendica del suo creatore,
costringendolo a porre e a porsi domande sul significato della
vita, dell'amore, di Dio.
Capisco che lo spettacolo ha dispiegato un
potere metaforico ancora più alto e più ampio mettendo a nudo
contraddizioni forti della coscienza civile di quel
paese. Più volte e più persone mi hanno chiesto 'Cosa ne
pensi dell'Iran?' Più volte e a più persone ho fatto la
stessa domanda. Domanda che crea sottile imbarazzo a me e
a loro, sapendo entrambi che è in atto un cambiamento politico
e sociale dagli esiti incerti, che le forme del controllo
sociale si evidenziano anche attraverso la paura di esprimere
pareri espliciti, che il sentimento religioso della colpa e
della punizione pesa come un macigno sulla rivendicazione di
qualcosa che ha a che fare con i diritti e la libertà.
Forse sono proprio alcuni gesti delle donne le spie del
bisogno di cambiamento, la lentezza leggermente infastidita
con cui raccolgono un velo che cade dalla testa o l'allungare
e ritirare improvvisamente la mano per salutarti o un gesto
che viene criticato perché troppo sensuale. Non risposte alla
domanda ma indizi di una distanza dal fanatismo e
dall'oscurantismo, parametri con i quali invece siamo abituati
a immaginare e giudicare questo popolo che mostra invece un
potenziale invidiabile di cultura, di vitalità, di forte
attaccamento ai valori dell'amicizia, della
solidarietà. Comunque il pomeriggio scorre veloce, avevamo
previsto con Mousavi un giro nell'antico bazar ma c'è poco
tempo e ci limitiamo a visitare qualche negozio di
tappeti. Nel pulmino di servizio la radio è accesa e per
qualche minuto l'umore dei nostri accompagnatori cambia
improvvisamente. Sospettiamo che sia successo qualcosa di
grave. Si va subito in teatro. Ancora tantissimo pubblico. Ci
chiedono di mettere in conto una terza replica non
programmata. Non succederà perché dopo di noi è già pronta la
compagnia che viene dal Brasile. Sul magazine del festival,
Dr.Frankenstein mantiene la stessa posizione del giorno
precedente. Si smontano e si invaligiano i pochi oggetti di
scena e via in albergo per la cena. Abbiamo la disponibilità
di una camera in più ma di notte sui sogni prevalgono ancora i
pensieri e le domande. Una soprattutto, 'cosa ne pensi
dell'Iran?' Non si dorme.
Giovedì 28 seconda giornata di workshop.
Arrivo più tardi degli altri, dopo il bazar e la marea nera di
chador, i tanti fuochi accesi per riscaldarsi le mani lungo la
strada che fiancheggia il mercato, le bambine in nero
che giocano, quelli che cambiano i soldi e quelli che chiedono
soldi, i ricchi che non vendono tappeti ai pochi turisti, i
poveri che vendono miseria ai poveri. E' la Teheran più
popolare. Dicono che qui si decidono le sorti della politica
iraniana. Intanto nella sala del workshop l'entusiasmo è
cresciuto. Ci si capisce ormai senza difficoltà alcuna e si
lavora con grande generosità e sincerità. Il più delle volte
queste esperienze si concludono con abbracci e qualche
lacrimuccia. A Teheran ci si congeda guardandosi intensamente
negli occhi. Le ragazze vorrebbero studiare e fare in teatro
in Italia. Ci scambiamo gli indirizzi mail e la promessa di
incontrarci al più presto. Mousavi ha preso l'impegno di
portarci a mangiare in un ristorante con cucina tradizionale
dove yogurt, gelato e carne mista a pane e verdure
cucinata lentamente per un intera giornata in terracotta fa
strabuzzare gli occhi. Nel bel mezzo del pranzo Mousavi dice
che dobbiamo correre dal direttore artistico del festival
Hossein Parsaei che vuole parlarci. Salta la visita al museo
che custodisce i tesori più preziosi dell'impero
persiano 'Molta gente parla bene del vostro
Dr.Frankenstein- ci dice il direttore ordinando per noi tè e
pasticcini- tanti non hanno potuto vederlo e vorrebbero
vederlo. Gli attori che hanno seguito il workshop vorrebbero
avervi ancora qui. Diteci le date libere dopo il 21 di marzo.
Ci piacerebbe presentare anche gli altri vostri spettacoli'. A
noi non sembra vero e prendiamo naturalmente tempo. Poi
iniziamo a fantasticare sui luoghi più affascinanti dell'Iran,
Persepoli, Shiraz, Isfahan dove portare Paladini di Francia e
La Passione delle Troiane. Ma il direttore insiste su Teheran.
Intanto qualcosa di importante viene comunicato sullo schermo
del televisore, lui esce preoccupato dalla stanza, ci lascia
soli con Mousavi per cinque minuti, al rientro è più
rasserenato Manderemo presto un progetto, gli diciamo, e
decidiamo. Usciamo, tempo di comprare in fretta qualche
regalo, passare dieci minuti in albergo e ci aspetta la cena a
casa di Heydari.
Anche l'autista ha fretta, passa in un attimo
secondo da una corsia all'altra della strada, da una direzione
di marcia all'altra, sorpassa facendo il filo alle macchine
che supera, strombazza ai pedoni che attraversano la strada
bloccandoli a metà delle strisce pedonali e ci lascia
senza fiato. Così fan tutti a Teheran. Bella, moderna e
accogliente la casa di Heydari. Suo figlio è fissato con
Ronaldino. Solo Parvin mantiene il velo in testa. Mossavi ci
spinge a discutere della condizione delle donne e di
matrimonio in Iran e in Italia, la situazione sembra avere
molti aspetti comuni anche se le leggi hanno fondamenti
diversi e la moglie di Heydari ha idee molto chiare sul loro
percorso di emancipazione. La moglie di Hastane invece ha
preparato un piatto fantastico di melanzane spezzettate
e macerate nell'aglio che continua a effondere la sua
miracolosa potenza. Sono quasi le ventitre e fra un'ora ci
aspetta il pulmino che ci accompagnerà all'aeroporto.
Salutiamo a malincuore gli amici che ci hanno ospitato. Il
cuore strizza a tutti.
Dobbiamo staccarci anche da
Parvin. ‘Pregate per i nostri giovani’, è l’ultimo suo
messaggio. Carichiamo le valige. Capita di sedermi a fianco
di Cusmina Aljena del Pejo's Wandering Dolls di San
Pietroburgo, parliamo di teatro di marionette e di Commedia
dell'Arte, l'estate scorsa la compagnia è stata a Ceglie
Messapica e Alberobello con lo spettacolo, anche loro hanno ne
hanno uno sui Paladini di Francia. Scendiamo, la saluto e
ci avviamo ai soliti controlli. Ci addormentiamo sfiniti sulle
poltrone delle lounge rooms svegliati due ore dopo dalla
chiamata all'imbarco. Alle quattro precise l'aereo decolla. Il
viaggio di ritorno dura solo dieci ore. Insieme alla
stanchezza avvertiamo tutti un senso di maggiore leggerezza e
fiducia. Possiamo lavorare con queste persone dall'umanità
straordinaria. Ne sentiamo più noi il bisogno che loro. Anche
se nel teatro che vogliamo fare mancherà sempre qualcosa, una
camera, un mixer, un appuntamento importante ne vale
proprio la pena di mettersi in cammino sin qui. Serve
per capire noi stessi, per conoscere gli altri, le diversità,
le differenze, per costruire la nostra identità. Le strade
sono un collante straordinario per unire popoli e culture
diverse. E il teatro ci sembra al momento quella migliore. Più
di Internet
certamente. | |
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Agriturismo la pietra di fonte in calabria
Un'antica masseria a pochi passi dal mare e dal Parco
dell'Aspromonte
di Martina Altieri - 05/05/2010
La Pietra di Fonte, antica masseria
trasformata in agriturismo, gode di una felice posizione tra
il mare cristallino della Calabria, il verde Parco
dell'Aspromonte e l'Altopiano della Limina. Relax,
bellezza e contatto con la natura sono assicurati a tutti
gli ospiti dell'agriturismo, che potranno alloggiare in
accoglienti ed eleganti camere dotate di ogni comodità.
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