Sotto la paglia: ci sono piaciuti

laMalareputazione: "L'arena instabile"
Caro Federico, il disco è arrivato oggi. Tra pochi minuti lo metterò su. Anzi, sai che ti dico? Lo facciamo al volo. Così ti dico anche le prime impressioni al volo. Copertina buona: mi avrebbe interessato. Titolo: ancora meglio. Intrigante. Nome del gruppo: ottimo. Diffido di chiunque non abbia una malareputazione! Primi suoni buoni. Vedo che ci sono dentro un po’ di Ratti della Sabina e amici vari (come Andrea Ra o Andrea Ruggiero dei Legittimo Brigantaggio). Buon biglietto da visita. Le note stampa sono esaurienti e ben scritte. Le canzoni sono buone, direi al primo ascolto. Adesso vediamo se qualcuna prende in modo particolare: Julienne, Nerina e Ninna Nanna per ora. Ma il livello medio è buono. Bravi. I Ratti sono il riferimento più immediato, ma credo che sia logico, visto la partecipazione di Roberto Billi (e degli altri) al disco. Spero di riuscire a scrivere presto qualcosa di voi. Anzi, sai che ti dico? Magari prendo queste note e le uso per Sotto la paglia. Poi ci sarà tempo per ascoltarvi meglio. Buon lavoro.

Luca Lo Bianco: "La scomparsa di Majorana"
Lavoro ambizioso anziché no. Ma ambizioni ben riposte. Un cd che si ispira liberamente all'omonimo libro di Sciascia e che lo fa mettendo in piedi una rappresentazione per attori e musica. Ci sono due attori, una chitarra, tre sax, basso, voce, piano e batteria per fornire un accompagnamento garbatamente jazz al lavoro. Le musiche sono tutte di Luca Lo Bianco che suona basso acustico ed elettrico e le elettroniche di tutto il disco. Ne esce un lavoro uniforme e intimamente sentito, che va ascoltato con cura. Ne arrivassero più spesso di prodotti così!

Tetes de Bois: "Avanti Pop"
'Avanti Pop' è geniale. A cominciare dal titolo, che racchiude un mondo, un progetto politico, un'idea di impegno sociale e civile. Poi la copertina e il libretto con le splendide illustrazioni di Marta dal Prato e con il manifesto programmatico del progetto. Che è iniziato l'8 maggio 2006 all'Auditorium Parco della Musica di Roma ed è proseguito in un tour tra fabbriche, campi di pomodori, cave di gesso e caselli ferroviari. Un tour che prosegue, perché i luoghi dove si svolgono i conflitti sociali del nostro tempo sono tanti. E per ogni luogo un concerto, con incontri, racconti, ospiti illustri a sorpresa e non comune gente comune. Non comune perché è la gente che le lotte di quel luogo le ha vissute e le vive in prima persona. Una cosa manca in questo cd, la retorica. Quella proprio non c'è e non ne sentiamo la mancanza. In cambio - e che cambio - ci sono canzoni dei Tetes de Bois e canzoni di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele Straniero, Matteo Salvatore, Giorgio Gaber, Chico Buarque e Piero Ciampi. C'è una poesia di Rocco Scotellaro messa in musica e c'è una poesia di "camionista anonimo" amabilmente recitata da Gianni Mura, che è stato anche dispensatore di ricerche di repertorio e preziosi consigli. E poi c'è 44 gatti, sì proprio quella dello Zecchino d'Oro. Perché in fondo anche quella è una canzone di protesta. Ma c'è soprattutto l'approccio originale di Andrea Satta e dei suoi verso tutta una serie di tematiche "pesanti" realizzato con leggerezza, ma una leggerezza buona, quella che non ti fa dire "che palle" nemmeno quando si affrontano le questioni più pesanti. C'è energia, c'è creatività, c'è ritmo, c'è la raccolta di "storie d'amore di speranza di rabbia d'ingiustizia tralicci fumi filari fiumi di lacrime pioppi solchi cave"ci sono mille spunti per mille riflessioni e c'è il sogno di "un giorno che non ti aspetti". E non c'è nemmeno la traccia di un facile slogan.

Piccola Bottega Baltazar: "Il disco dei miracoli"
Loro non stupiscono più. O meglio, non dovrebbero stupire più. Sono al loro terzo disco e già il secondo, Canzoni in forma di fiore, era stato una gaudiosa conferma. Insomma, anche "Il disco dei miracoli" non smentisce la fama dei Baltazar che costruiscono, pietra su pietra, un disco maturo, serio, di morbida e delicata poesia. Di trama tenue in trama tenue, il tessuto del disco si ispessisce e regala attimi di puro piacere come nell'iniziale "La bella listilina", ma è tutto il disco a regalare languori convincenti e attimi di dolcezza senza zucchero.

Fabularasa: "Fabularasa 07"
Scusateli per il titolo-non-titolo, ma non è un cd vero. E' solo un demo. Solo che, in primo luogo, vale la pena di parlarne; in secondo luogo entro breve quqesto demo potrebbe anche diventare un album a tutti gli effetti. E allora diciamo subito grandi cose della Fabularasa. Arrivano dal Festival di Recanati e sono indubbiamente bravi. Presentano due cover (ma una è Vecchio Frack di Modugno e l'altra Giovanni Telegrafista di Jannacci, tanto per dirne la qualità) e una manciata di pezzi loro che viaggiano due spanne sopra la media. Se poi aggiungiamo la voce naturalmente "endrighiana" (da Sergio Endrigo) del cantante e una grande abilitò nel ricercare melodie armoniche, abbiamo da salutare un esordioc onfiocchi e controfiocchi. Lunga vita ai Fabularasa! (e un abbraccio-bonusper il gioco di parole).

Gianluca Bargis: "Niente di personale"
Ennesimo cantautore torinese (a Torino, in questo periodo, li aiuta l'aria! O il clima olimpico? O la giunta di sinistra?)., ma altro esordio da leccarsi le dita. Clima desertico, chitarre slide, blues da cintura torinese. Bargis canta i fatti proprima con assoluta professionalità e padronanza dei propri mezzi. D'altra parte lo consiglia uno che di musica d'autore se ne intende, com Federico Sirianni. E' un disco hce si scava un suo tragitto interno man mano sempre più profondo. Quando te ne accorgi ... è già troppo tardi! Ti si è infilato sotto pelle. Dove combina danni. Molto molto valido.


Folco Orselli: "Milano Babilonia"
Si intitola Milano Babilonia ed è il nuovo cd di Folco Orselli, cantautore milanese della nouvelle vague dei trentenni di belle speranze, alla terza prova discografica. Se per le prime due prove di Orselli (La stirpe di Caino del 2002 e La spina del 2004) i giudizi oscillavano tra “derivativo” e “irritante”, tanto era il calco sul modello Tom Waits, Milano Babilonia è l’album della maturità: caldo, intenso, tirato come un treno, con uno swing a tutta prova e la capacità di farsi seguire per i gorghi di questa Milano non più da bere, ma sempre infernale, Orselli traccia un ritratto metropolitano a colori intensi, con un pugno di canzoni destinate a restarvi immediatamente in mente. Stamina e vitamina.

Massimo Chiacchio: "Sasso"
L'illusione è totale. Voce, testi e arrangiamenti richiamano a Fabrizio De André! Credo che in Toscana, dove Chiacchio canta e opera sia cosa nota. Non è colpa sua, si dirà; anzi, è merito. Probabilmente sì. Ma è anche un limite. Non si riesce facilmente ad ascoltarlo dimenticando l'illustre predecessore, siamo troppo occupati a fare riferimenti. Insomma: da un lato si potrebbe gridare di gioia, briandando come a un amico ritrovato. E dall'altro ci si chiede se il processo di clonazione non sia troppo ricercato. Probabilmente menate: al di fuori di queste un ottimo disco con qualche buona collaborazione come Goran Kuzminac e Massimilano Larocca al canto e, tra i suonatori, Gianfilippo Boni e Nico Gori. "Povero angelo" la canzone preferita,



Daniele Sepe und Rote Jazz Fraktion: "Suonarne 1 x educarne cento"
Il 2007 inizia bene se inizia con le provocazioni di Daniele Sepe. Che sono soprattutto politiche. Sepe parte dal principio che "ribellarsi è giusto" e su questo srotola la sua trama a ritmo di jazz (ma rosso!): 17 episodi per un disco strapieno, come al solito, messo in vendita al prezzo consigliato di 10 euro. Insomma Daniele ci prova ancora una volta a ribellarsi ("la verità è sovversiva, la repressione morde: spacchiamole i denti!") riportandosi agli anni'70 come a una mitica età dell'oro. Onesta storica vuole che si parli di quegli anni come fantastici (è vero), ma in cui non tutto era oro e mai, ora come allora, mi sembra vangelo la frase del Comandante Mao: "spesso il nemico è quello che marcia alla tua testa". Non rimpiango nemmeno uno dei leader e leaderini di quegli anni. Rimpiango i compagni e il movimento. I leaderini sono tutti piazzati ed hanno fatto carriera, ma, come dice anche Sepe: "Il mondo sta peggio oggi che allora". Che sia mica un po' anche colpa loro? Il disco? Ma è un disco di Daniele Sepe! Non può che essere una chicca!"

Apres la classe: "Luna park"

Sta sotto la paglia da un po', ma se non se ne parla almeno qui, sembra che non l'abbiamo neanche sentito. E' un cd piacevolissimo che merita tutti gli ascolti di questo mondo. Gli Apres la classe sono proprio bravi e sono migliorati ancora. Leggero "Luna park"? Non lo so. Gradevole. Non è esattamente la stessa cosa. Tutte le volte che mi capita per caso sul lettore ne resto piacevolmente sorpreso. Onore al gruppo salentino (non è che in Salento circoli un "gumbo" particolare per cui tutti diventano cantautori?).

Spasulati band: "Pirati nei mhz"
"Pirati nei Mhz" è stato uno dei miei dischi dell'estate! Suonato e risuonato fino a imparare (quasi) l'arbreshe, l'albanese arcaico che identifica la minoranza linguistica più numerosa d'Italia. Il gruppo infatti viene da Santa Sofia d'Epiro (Cosenza), una delle comunità di etnia albanese collocate nella Magna Grecia. Il primo disco loro era molto piacevole con una contaminazione tra ska e reggae (e spezie dub ed etniche), ma il secondo, ossia questo, è molto molto meglio! Un disco da 5 stelle come piacevolezza complessiva. Estivo fino in fondo. Adatto per combattere le nebbie e le tristezze di gennaio. Ascoltatelo. Merita.

Alessio Lega: "Sotto il pavé la spiaggia"
Disco condiviso con i Mokaciclope, agro e dolce. Suddiviso tra mirabilie ed evitabilità, nella misura del 70/30. Sconta una lunghezza fuori dalla norma, ma ha il pregio enorme di proporci per la prima volta in versione italiana (curata dallo stesso Lega) brani di Brassens, Brel, Leo Ferré, a cui si uniscono nuovi classici di Renaud e Alain LePrest. Se sotto il profilo testuale la vicinanza con l'originale francese è stata rispettata soprattutto nelle intenzioni, divergendo semmai nei modi del narrare, per rendere un "qui e ora" che non faccia pensare a una lettura museale dei classici, dal punto di vista musicale questa libertà si è ampliata fino ai confini del pop, con citazioni dei "plastici" anni '90 a mio parere fuori contesto. Agro e dolce quindi. Sospeso tra il capolavoro e il "buttiamola un po' in vacca". Sfoltito di una quindicina di minuti comunque un ottimo disco, uno dei più significativi usciti in questo inizio d'anno. Le critiche, peraltro, le si porta a chi si apprezza.


Priska: "La fureur de papavoine"
Non so nulla di questo disco. Se non che me lo ha rifilato in mano Lino Straulino e che è di una bellezza commovente. Non lo troverete in giro, credo, fuori dal Friuli (ma un brano è scaricabile da Bielle: Jesus Mari). Cantato in friulano, francese e italiano, il disco è venduto con un raffinato libretto che riporta i testi nelle tre lingue senza traduzioni, corredati da belle fotografie e nemmeno un riga di spiega. Non so chi sia Priska (la voce è di una donna, ma dietro chi suona?). Le uniche indicazioni, criptiche, sono nell'ultima di copertina, ma riportate per sigle. L'unica comprensibile è musica di Priska, testi di Lsd (che sia Lino?). Insomma è un sotto la paglia carico di mistero anche per me. Ma è un disco magico e volevo condividerlo. Cercatelo. E se qualcuno ha informazioni me le dia.

Marlene Kuntz: "S-low"
Un album dei Marlene Kuntz che suona, se non acustico, quantomeno rilassato è decisamente un'esperienza nuova. Cristiano Godano continua a cantare come se cantare in italiano costituisse una lingua straniera per lui, ma "S-low" (lento e basso è il gioco di parole del titolo) è un disco che si fa ascoltare. Un po' spiazzante sia per i vecchi fan che per i nuovi arrivi. Il disco è la fedele documentazione del tour della scorsa stagione, dove il trio di Cuneo era accompagnato da Gianni Maroccolo al basso: ballate e rock lenti, ma con la giusta tensione. Una dimensione inconsueta, ma gradevole, quasi un derivato alle atmosfere del loro album più lirico e lento, l'ultimo, "Bianco sporco". Assieme al disco dovrebbe uscire un dv di documentazione e entro l'estate prossima il loro nuovo album che, se è vero quello che stiamo ascoltando, potrebbe andare in questa direzione. Più pacata, più riflessiva, elettrica ma con garbo.

Mario Castelnuovo: "Come erano buone le ciliegie del '42"
Se c'è uno che del garbo ha fatto la sua cifra distintiva e il suo modo di esistere, questo è Mario Castelnuovo. Attivo ormai da molti anni e con molti album alle spalle, "Le ciliegie" non viene ad aggiungere molto a quanto già si sapeva. Capacità di ben raccontare le storie del piccolo mondo antico che gli ruota intorno, quasi fosse un personaggio fuori dal tempo, musiche molto curate e assolutamente acustiche. Qualche collaborazione di prestigio come Athina Cenci e Lina Wertmuller. Totalino: un disco quasi perfetto che ripropone il dubbio del come mai Castelnuovo non riesca a sfondare. Eppure le qualità ci sarebbero ed alcuni brani sono degli ingranaggi a vapore di perfezione artigianale. Eppure ... eppure ....

Furlan Shop Orchestra: "Banda di masnadieri"
Terzo disco per Fabio Furlan e la sua "orchestra", ma primo disco che mi è dato di ascosltarne. Le qualtià ci sono e anche ottimi spunti: "Patè de foie, baguette, champagne / aiutami a capire la realtà" mi sembra un mantra da adottare da subito (da "A chi potrei raccontare"). Non tutto il disco resta a livello delle cose migliori: ottimo "Il drago Ermione", più di qualche dubbio per la infantile "Tarzan nello spazio", che deve a tutti gli effetti essere rubricata sotto canzoni per bambini, ma non delle migliori". Patrizia Laquidare ospite in una canzone ("Prendimi per mano"), molto interessanti anche "In questo vecchio porto" e "La radio messicana" (solo musica) e da segnalare anche la predisposizione di Furlan (che nel passato ha lavorato anche con Marco Paolini e il poeta Andrea Zanzotto, per il cibo (ja di recente aperto unistorante) e per il vino (brinda con noi dall'interno del libretto di copertina. Buono. Poteva esserlo di più.

Monjoie: "Il bacio di Polifemo"
Un disco che viene da lontano. Viene dal passato. In primo luogo perché i Monjoie non ci sono più, si sono sciolti nel 2005, dopo la pubblicazione di questo disco. In secondo luogo perché sonorità e impostazione del lavoro rimandano a quella stagione felice del progressive rock che ha costretto il mondo ad accorgersi del made in Italy. Indiscutibilmente italiani ed altrettanto indiscutibilmente marchiati dalla voglia di fare musica, i Monjoie presentano 13 brani di lunga durata (difficilmente scendono sotto i 5 minuti) caratterizzati da un cantare ispirato e salmodiante, da un suonare corposo e stratificato che attrae e incuriosisce. Erano formati da Davide Baglietto : tabla, derbouka, sonagli, tiktiri, musette del Berry; Valter Rosa: chitarra classica,12corde,elettrica e bouzuki; Alessandro Mazzitelli : tastiere,sintetizzatori e programmazione; Roberto Rosa : basso; Nicola Immordino : batteria e djembe e Alessandro Brocchi (chitarra classica, voce, tambura), autore di testi e musica, che ha continuato l’attività solistica fino a pubblicare recentemente il suo primo disco solista: “Parodia di un esilio”. Venivano dalla zona di Finale Ligure, suonavano assieme dal 1999 con l’obiettivo di coniugare musica etnica, medioevale e canzoni d’autore. Obiettivo riuscito. Sul loro sito (www.montjoie.it) potete sentire i brani in versione ridotta. Il nome? E’ il grido di battaglia dei cavalieri franchi.

Antonio Mainenti: "Don Luiggi e altri canti a-sociali”
Un altro lavoro molto interessante che nasce nelle secche di quella discografia “minore” o fintamente minore, in cui Bielle pesca sempre con grande piacere. Non autoprodotto, ma comunque numero 1 del catalogo di Sicilia Punto L Edizioni, che poi sarebbe Sicilia Libertaria, giornale anarchico per la liberazione sociale e l’internazionalismo. Antonio Mainenti fa tutto da solo: canta, scrive, arrangia e suona una decina di strumenti, tra cui chitarra clasica ed elettrica, viola braguesa, scacciapensieri, tamburello, sinth e campionamenti. Oltre a cantare e a farsi i cori. Potrebbe risultarne un disco di folk scarno, ma non è così: Antonio occupa tutto lo spazio disponibile e con grinta propone soprattutto se stesso e il suo repertorio, che in buona parte si appoggia su tradizionali rivisitati. Ha esperienze di teatro (e si sentono nel modo di porgere le canzoni) e di colonne sonore. “Don Luiggi e canti a-sociali” viene registrato nel 2004. Non aspettatevi niente di classico. E’ folklore risciacquato nel punk, con un piccolo inciso deandreiano, sberleffo obliquo e trasversale. Come se Bugo suonasse a Ragusa … Il sito è www.mainenti.net

Enrico Terragnoli Orchestra Vertical:“L’anniversaire”
Ci è rimasto un po’ indietro anche questo disco. E anche in questo caso è un vero peccato. Da un po’ di tempo in qua trovo che mi piaccia molta più musica di prima. Lo devo prendere come un segnale di rimbambimento precoce? O come il segnale che, andando a frugare tra le pieghe delle produzioni, si possono trovare ottimi prodotti d’ingegno italiani (e anche meno, come in questo caso). Eh sì, perché se Enrico Terragnoli, a cui si dedica il nome dell’orchestra, è italiano, veronese e membro dei Farabutto, “L’anniversaire”, come il titolo lascia intendere è un disco cantato tutto in francese e sostanzialmente un disco di jazz. Avete presente Madaleine Peyroux? Ecco, qualcosa di simile, anche perché la voce dell’orchestra è una voce femminile, quella di Claudia Bidoli (nome italiano, ma perfetto accento francese) che scrive anche tutte le liriche, da cui il sospetto che sia bilingue. Le musiche sono invece tutte di Terragnoli che suona chitarre, basso acustico e kazoo. Oltre a loro, l’orchestra si compone di altre 12 persone(!) che non suonano in tutti i brani. E’ un disco delizioso, con un libretto altrettanto carino. Da ascoltare nelle mattinate di pioggia, ma anche quando c’è il sole. Tanto sono bravi!

Marco Fabi: “La scelta”
Marco Fabi è un altro della cinquina delle targhe Tenco per l’opera prima. Inoltre è della famosa schiatta dei Fabi (Claudio e Niccolò) che tanto hanno dato alle patrie canzoni. Il debutto è interessante. Il disco è fatto di atmosfere pacate e sognanti. Per dare un riferimento ascoltato di recente, le atmosfere ricordano quelle di Simone Meneghello che richiamavano Nick Drake. L’impressione è rafforzata dalla voce sussurrata e dall’ampio utilizzo di archi. Il risultato è più che gradevole, in alcuni passaggi addirittura bello, forse solo un po’ appesantito alla distanza. Meglio sentire qualche brano random, perché le atmosfere, come spesso in questo tipo di dischi, non sono molto variate. Nei ringraziamenti si ricordano, oltre a Niccolò Fabi, anche Simone Cristicchi e Pier Cortese “per gli anni trascorsi camminando insieme uniti da un legame di vera amicizia”. Un debutto interessante e da tenere d’occhio.

Giancarlo Spadaccini: "Millemani"
Siamo nell'ambito della discografia "minore", quella che molto spesso riserva positive sorprese. "Millemani" è un cd autoprodotto, ma fatto col cuore, suonato bene e interpretato altrettanto. E' quasi una sorta di concept disc, come si legge sull'esaustivo libretto. "In queste canzone c'è il racconto di una strada che è iniziata con un primo passo". Ed è un disco in cammino che passa da Cuba e ci ritorna poi più vicino, che scruta nell'intimo e poi ci parla del mondo. Spadaccini, che non è un ragazzino ai primi passi, ci parla di "sincerità" nella presentazione. E questa sincerità si sente tutta, forte e intensa, fino al punto da fare dimenticare alcune piccole sbavature. Se poi si aggiunge che le musiche sono varie e piacevoli, eccoci di fronte al classico prodotto che non andr° mai in radio, ma che fa sempre piacere ascoltare.

Milagro Acustico: "I storie o cafè di lu furestiero novo"
Si sono formati a Roma nel 1995 ed hanno alle spalle, un autoprodotto ("Onirico del '98), due album "americani" (tra cui la prima edizione di questo) e ora due album per la Compagnia Nuove Indye. Quarto album ufficiale, prende lo spunto da un libro di Bob Salmieri, anima del gruppo, su un viaggio a Tunisi, città in cui è nato suo padre, da una famiglia di Favignana. Il tema è sempre quello, a me caro, della convivenza e compenetrazioni tra popoli e culture, il tema del viaggio, il caffé come luogo centrale in cui si mescolano le esistenze degli autoctoni e dei forestieri. E' un disco sulla lunga scia delle opere che hanno come lontanissimo progentitore "Creuza de ma" ed è disco di ammaliante magia e sentori arabi, miscelati con venti balcanici e solo mediterraneo, grazie anche all'azione della trentina di strumenti adoperati da questo ensemble numerosissimo a cui si aggiungono quattro musicisti turchi, registrati in apposite session a Istanbul, oltre a voci della strada che vengono da Egitto, Colombia, Bangladesh e Filippine. Ottimo lavoro.


Fragil Vida: "E così noi"
E così noi abbiamo uno dei nostri gruppi preferiti torna a proporre un disco (il terzo nella loro non sterminata discografia) e, come d'abitudine, il loro lavoro ci piace, ci convince e ci soddisfa. L'abbiamo tenuto un po' troppo a lungo sotto la paglia, anche perché è un disco strano, che non entra subito sotto pelle con la decisione di "Musicanti di cristallo" o col piglio giovanile ma incantevole dell'esordio con "Allez enfants". "Così noi" ha bisogno di più attenzione, anche perché sono, più che canzoni (sostanzialmente una: "L'appeso") una successione di brani musicali con brevi intarsi parlati. E infatti così noi è una colonna sonora, appositamente composta per lo spettacolo di danza della compagnia Alef, ma questo non toglie che sia estremamente suggestivo. Ricorda, in alcuni passaggi "54" degli Yo Yo Mundi, ma soprattutto per l'incrocio tra brani recitati e musiche. Alcuni brani svettano: "Madeleine", "La vita non dimentica", "Niente era reale", "Stelle". Ma vale il tutto nel suo insieme.

Franchi Giorgetti Talamo: "Buongiorno felicità, bentornata tristezza"
Indovinata operazione di Oliviero Talamo che, in occasione della Mostra del Disco organizzata da Area 96 il 22 aprile 2006 a Varese ha rispolverato 16 inediti del trio Franchi Giorgetti Talamo e li ha pubblicati su un cd a tiratura limitata in 500 copie. L’atmosfera è tipicamente anni 70, ma quella delicata fatta di un lavoro di chitarre allo stesso tempo lieve e studiato. L’appartenenza al periodo si sente, ma giustamente e il disco suona bene, in un clima di spigliatezza costruita su testi tutt’altro che banali con un’anima che sta tra il vento e la poesia sociale. E’ un peccato che siano solo 500 copie. Qualcuno se ne accorgerà?

Daunbailò: "Daunbailò"
Colpa nostra. Quando capita capita e bisogna dirlo. Colpa nostra che abbiamo lasciato per un anno sotto libri, fogli di appunti, copertine di dischi, questo lavoro dei Daunbailò. Non sotto la paglia, ma sotto la rumenta e a rischio smarrimento. Poi capita che in una tiepida mattina di settembre, per caso ti rimbalzi in mano. Ed è vero che il primo pensiero è stato "capisco perché si era perduto" perché il disco attacca con un rock furibondo a chitarre sguainate, ma dopo cambia, cambia e cambia ancora. Insomma partenza da Metallica, prosecuzione da Baustelle o Tiromancino o Otto Ohm, il versante nobile del pop rock italiano. Un lavoro molto interessante. I Daunbailò derivano per filiazione diretta dai Mazapegul, sciolti dopo la morte del cantante, ma proseguono su strade leggermente diverse. Più che interessanti.

Harduo: "Ovest hardita Est"
Arriva dalla provvida covata di Folkest ed è un grande disco chitarristico. l'Harduo corrisponde infatti ai nomi di Andrea Vanier e Raffaello Indri che in questo lavoro d'esordio hanno radunato una fitta schiera di pards (Pietro Sponton, Christian Bertok, Fulvia Pellegrini, Flavia Quass - alcuni di loro li avete già trovati in Tischlbong) per mettere insieme 10 brani di grande virtuosismo chitarristico, che ricordano le vette di John Renbourn e Stephen Grossman, quando non gli arcani sortilegi di John Fahey. E' evidente che, qualora vi dilettaste a suonare la chitarra, dopo l'ascolto di questo disco ne fareste legna da ardere, ma è un rischio da correre. Chitarre acustiche (non si sa di che marca!) al servizio di 8 loro composizioni dove la voce (di Flavia Quass) rientra solo in un brano, "Lejania", di cui la stessa Quass dovrebbe aver scritto il testo. Con poco struscio e molto talento ecco servito un disco che vale la pena. Con un brano di 20 minuti finale in cui succede di tutto!

Stefano Scala: "Unsui. Il sentiero dei bambù"
E' una musica che sa di bambù. Musica molto rarefatta, d'ambiente, con brani molto lunghi che portano suoni naturali. come lo scorrere dell'acqua, il frusciare del vento, i movimenti delle foglie, il respiro del bosco, uniti a strumenti tradizionali di altre culture: dallo xilomarimba al shakuachi, dal mu-yu al shamisen, dai gong a mammelle alla burna bells. Stefano Scala, ricercatore musicale italiano, suona praticamente tutti gli strumenti, con l'ausilio di due musicisti, uno giapponese, esporto di musica per flauto dolce giapponese (shakuachi) e l'altro franco-cinese, polistrumentista specializzato in musica folclorica cinese. L'effetto all'ascolto è spiazzante., Bisogna essere preparati. Si viaggia da vette sublimi a un velo di noia, ma il giudizio è globalmente favorevole. Sapendo cosa si va ad ascoltare il respiro ampio della musica prende il sopravvento.

Gai Saber: "La fabrica occitana"
Convincenti, carichi e mai banali. Ancora a conferma che in provincia e fuori dai circuiti ufficiali nascono le musiche e le canzoni migliori. Gai Saber è una sferzata di talento occitanico che ci colpisce in piena faccia come una sferza di vento dopo la pioggia. Sono sette più due ospiti, fanno musica folk acustica, “imbastardita” con elementi elettrici, trip hop e jungle, e di altre culture (darbuka, hurdy gurdy, melodeon, bodhran, djembe). Tra i brani più immediati “Occitania que t’en vas” e soprattutto “La fabbrica occitana” che dà il titolo al disco e che è ispirata di sicuro a “Vedrai come è bello” di Gualtiero Bertelli. Nota di merito per la copertina e per il libretto, documentato e proposto in quattro lingue (occitano, italiano, francese, inglese). Vengono dalle valli occitaniche (Cuneo) e stanno assieme dal 1992.

Gitanes: "La catena"
Restiamo in zona Cuneo, una delle più attive con il Friuli di tutto il nord Italia, l’estremo nordest e l’estremo nordovest, per dare il ben tornato ai Gitanes (sono sette anche loro) che qualche mese ci riempirono di piacere con un demo di cinque pezzi che faceva ben sperare. Speranze ben riposte. “La catena” ora è un disco di 13 pezzi, carico di energia, di sano combat folk e di stampo cantautorale. Possono ricordare ora i Ratti della Sabina (per la carica narrativa), ora i Mercanti di Liquore (per la vena comunicativa). Propongono 7 brani loro, uno di De André (“Volta la carta”), un paio di tradizionali e un altro paio di amici, ma con musica dei Gitanes. Una chicca è la divertentissima “Trauma infantile”. Un altro gioiello, che già faceva parte del demo, è “U megu”, dedicata a Felice Cascione, medico chirurgo partigiano, ucciso dai fascisti nel ’44. Da segnarsi anche “Casa do menor”.

Lautari: "Anima antica"
Non avessero altro merito alcuno questi Lautari, avrebbero almeno quello di essere alla base dei ripensamenti che hanno condotto Carmen Consoli a scodellare quel magnifico lavoro che è "Eva contro Eva". Infatti i Lautari vivo e agiscono sotto l'egida dell'etichetta musicale curata da Carmen Consoli e, come La Camera migliore, sono un ottimo prodotto e un'ottima scelta. A riprova che la cantantessa di musica "se ne acchiappa" e anche parecchio. Offrono musica popolare, ma da loro rivisitata, anzi, completamente rifatta. E l'esito è più che convincente. Ottima strumentazione, buona resa vocale, ottimi brani, anche in italano, come "Il lupo", spassoso eppure pensoso. Tutti i brani sono di Allegra, Castrogiovanni, Fuzio (ossia i Lautari), più qualche aggiunta, tra cui, prestigiosa, quella di Alfio Antico. Musica popolare che non invecchia mai. Un piacere. Come una granita al caffè con panna.

Simone Meneghello: "Le canzoni di settembre” - Bitzero/Self – 2006
Simone Meneghello aveva fatto una cosa molto bella qualche mese fa. In attesa di pubblicare il disco, aveva “provvisoriamente” pubblicato i brani sul proprio sito. Ora gli stessi brani, magari rivisti e riarrangiati, escono su supporto discografico. Il risultato è ottimo: Meneghello, milanese di una trentina d’anni scarsi, percorre strade sulle quali qualche anno fa si era arrampicato con fatica Nick Drake. Le atmosfere musicali sono affini, come pure gli strumenti scelti per raccontarle: chitarre acustiche, violino, violoncello, glockenspiel, oltre a contrabbasso e batteria. Il clima è sognante ma mai rassegnato, per l’appunto “settembrino” come suggerisce il titolo. I testi parlano di eventi normali con assoluta tranquillità. Non tentano voli acrobatici, ma appoggiano adeguatamente le musiche. Unico rischio un po’ di uniformità, ma è un rischio marginale. Disco molto molto piacevole.

Nave Cargo Parampampoli

La difficoltà principale è capire dove parte il nome del disco e dove finisce quello del gruppo. Dopo giorni e giorni di analisi sono arrivato alla conclusione che si chiamano nello stesso modo: Nave cargo Parampampoli il gruppo ed il disco. Se pensiamo che il primo demo del gruppo si chiamava "Il varo" e che la metafora marinara riaffiora spesso ecco che abbiamo risolto la questione del nome. Seconda difficoltà: passare sopra a una grafica da gruppo kraut-rock ed accettare che invece si facesse del folk d'autore. Superati questi due (piccolissimi) impacci abbiamo un disco che piace e anche parecchio. Folk-rock energetico e corroborante, buona voce, un paio di cover (Ciampi, il solito "Il vino" e Vysotskij, il meno solito "De profundis"). Vagano tra Bologna e Liguria. Meritano ascolto ed attenzione.


Fabrizio Consoli: "Autogrill"

Ci sono gli artisti "amici" e poi ci sono gli amici artisti. Fabrizio Consoli appartiene a quest'ultima categoria. Questo non toglie (anzi, aggiunge) al fatto chele canzoni di Fabrizio Consoli siano estremamente gradevoli, in bilico tra alcune cose di Fred Buscaglione e altre di Paolo Conte e, infine, la più parte personali. "Autogrill" (musica e parole sulle piastrelle del bagno" è una sorta di colonna sonora dello spettacolo "Autogrill" di Max Pisu, a cui partecipa anche Fabrizio. Alcune canzoni provengono da "18 piccoli anacronismi", però rifatta dal vivo e altre sono state composte per l'occasione o comunque recentemente. Alla canzone "Sugar" partecipa come "very special guest" Fred Buscaglione Jr, il figlio del grande Fred. Max Pisu compare in un paio di brani. Piacere e divertimento assicurati.

I Luf: "Il fiore del Sambuco/2"

E i nostri amici Lupi tra Brianza e Val Camonica non riescono a stare fermi un attimo. Ormai calati del ruolo di "Nomadi de' noantri" proseguono a ritmo incessante a proporre uscite discografiche, editoriali, miste, cestini omaggi, vasi di fiori, magliette, fogli volanti ... tutto quello che può servire per far ricordare a tutti che i Lupi sono ancora in strada. Questa uscita è il secondo capitolo di una magnifica iniziativa già celebrata lo scorso anno: "I fiori del sambuco" il cui ricavato sarà devoluto all'associazione “A força da partilha”, che da anni si occupa di volontariato nella difficile realtà dei bambini di strada del Brasile. Quattro canzoni di cui due molto belle: "La stagia de Thor" (La spada di Thor) e "Sgunfi d'amur" (Gonfio d'amore) e due "solo" belle: "Capitan Pincianell" e "Libertà". Ospite di lusso in tutte le canzoni: Flavio Oreglio che si alterna con Dario Canossi al canto. Cercatelo, merita.

Stefano Amen: "Fammi un euro di stravecchio"

Credevamo di averle visto tutte, ma qualcuno che cantava "alla Luigi Grechi" ancora ci mancava. Stefano Amen colma questa lacuna. L'adesione è perfetta e l'illusione pure. Non solo, ma anche le tematiche sono affine e l'amore per la musica country pure. Negli episodi più lenti riemerge qualcosa di Fabrizio Consoli o del miglior Bugo (ma qui la chitarra la si sa suonare!). Non è un demo per voce e chitarra e tutto l'insieme funziona dannatamente bene. Di lui sappiamo quasi niente: è attivo a Torino e ha a che fare col sito www.20k.it, suona spesso con Daniele Brusaschetto, altro artista che sarebbe da tenerd'occhio (anzi ... d'orecchio). Insomma, ancora una sorpresa.

Sotto la paglia: ci sono piaciuti ... un po' meno

Antonella Ruggiero: "Stralunato recital_live"
Che classe la signora! Che grande classe! E che voce. E nondimeno un filo di noia. Tanta maestria da restarne ammirati, stupiti, aboccapertati, tra classici più o meno nuovi ("Io vorrei ... non vorrei ... ma se vuoi" di Lucio Battisti, "Mi sono innamorata di te" di Luigi Tenco. "Vacanze Romane" dei Matia's Bazar). Tra gli accompagnatori Mark Harris, alla produzione il marito Roberto Colombo. Tutto a posto, compresa una copertina bianca candida e senza nessuna concessione. Tutto registrato dal vivo tra il 2003 e il 2006. Ma alla fine 16 canzoni sembrano troppe. Forse sono troppe?

Enzo Avitabile: "Sacro Sud"
Disco finito nella cinquina del Tenco, in gara per la Targa per le canzoni in dialetto. Senza volerlo (o volendolo benissimo) si è creata una nuova categoria: i “quasi premiati”. Già tutti quelli rientrati tra i 5 in gara per i giovani o per il disco in dialetto hanno aggiornato i propri siti internet con l’informazione. Com’è “Sacro sud”? Non molto diverso da un solito disco di Avitabile. Non trovo guzzi, non trovo motivi particolari per ricordamelo, non trovo peraltro nemmeno nessun motivo per parlarne male. Quando uno è un professionista che da molti anni calca le scene, difficilmente uscirà con qualcosa di stravolgente in ambedue i sensi. Hanno fatto eccezione Fabrizio De André con “Creuza de ma” e Fossati, prima in senso positivo con “Buontempo”, poi in senso negativo con le ultime uscite. Avitabile si mantiene sul suo standard? Indispensabile? No … e(a)vitabile.

Lucilla Galeazzi: "Amore e acciaio"
Ecco un ‘altra beneficiata delle Targhe Tenco. Che dimostra solo che per le categoria cosiddette “minori” (esordienti e dialetto) l’ascolto della platea di giornalisti votanti è in genere distratto. E’ un brutto disco quello di Lucilla Galeazzi? No. E’ un bel disco? No. E’ un disco non necessario. Che non aggiunge nulla e nulla toglie al panorama musicale. Canta bene, certo, viene dalla scuola di Giovanna Marini, ma l’anima dove sta? Lucilla Galeazzi compita degli eleganti esercizi di stile che, alla lunga, risultano stucchevoli. Mi piacerebbe sapere se c’è qualcuno che è riuscito ad ascoltare questo disco due volte di fila. Io non sono tra quelli. L’ho ascoltato per puro dovere, ma non è scattata la scintilla. Canzoni di amore e acciaio, perché in bilico tra San Valentino e storie di acciaieria. Le canzoni sono in parte di composizione della Galeazzi e in parte derivate dalla tradizione contadina e operaia di Terni. Ne risulta un disco, forse di studio, ma certo datato e polverosetto. E poi soprattutto con una voce che non emoziona. Questione di gusti: i miei non li incontra. Brutto? Per carità no. Ma se posso scegliere, ascolto altro.

Alberto Morselli: "Da un'altra parte"

Per una di quelle strane coincidenze della vita mi capitano sotto mano assieme il primo disco solistico di Cisco e l'ultimo disco solistico di Alberto Morselli, rispettivamente secondo e primo cantante dei Modena City Ramblers, ma, al di là di questo, personalità opposte che forse nemmeno si stanno tanto simpatici a vicenda. Sta di fatto che Morselli è uscito dai MCR dopo il primo disco (lasciandoci tutti nello sconcerto più totale) in dissenso su tutto, sorpattutto dal punto di vista politico e Cisco ha preso in mano il pallino del gruppo con la sua uscita. Ora Cisco se ne va dai Modena, ma il suo disco "La lunga notte" suona in tutto e per tutto come fosse dei MCR, Alberto invece fa un disco che se ne discosta parecchio. Non brutto, no di sicuro e con anche qualche pezzo molto convincente, ma piuttosto indefinito e nebuloso, con delle svisate verso il pop. Mi lascia convinto a metà: lo metto sotto la paglia e lo lascio maturare. Ne avrà senz'altro beneficio. La voce, comunque, è sempre quella!

Dinamo Folk Rock Band: "Profili profani
Gaudiosa band di combat folk, sa il fatto suo, diverte e picchia come si deve, mette stamina in corpo e voglia di saltare. Il disco, dal canto suo e convincente e loro sono bravi. Resta solo un po' il sospetto che il tempo per il combat folk sia ormai irrimediabilmente passato. Sì, ancora valido come base, come scala d'accesso per il palco, come sistema per farsi comunque ascoltare (e infatti il loro disco si ascolta con piacere), ma mi sembra sia necessario andare un passo oltre. Potrei sbagliarmi ma la Dinamo Folk Rock Band ha l'energia per farlo.

Indovinatoduo: "Indovinatoduo"
Come di prammatica in un esordio disco e gruppo si chiamano allo stesso modo. E' un duo come gli Harduo (che però hanno "indovinato" un nome migliore col suffisso in -duo) e vengono sempre dalla sponda del Folkest. Si tratta di Flavia Pellegrini (violinista) e di Pietro Sponton, percussionista. Sì, sono sempre loro: gli stessi di Tischlbong e di Harduo! Mettono insieme un disco di grande classe e atmosfera, suggestivo, meditativo, profondo, ma ... irrimediabilmente irlandese. Ce n'era bisogno? Mah. Questa scelta toglie qualcosa al piacere dell'ascolto che pure è tanto. Se poi aggiungiamo che i brani sono tutti tradizionali irlandesi tranne uno, il ciclo si chiude. Ed è un po' un peccato.


Piero Brega: "Come li viandanti"
Piero Brega ha una lunga storia e questo disco circola già da parecchio. A lungo è stato "Sotto la paglia" e in tutte le posizioni possibili: da "non parleremo di .." a "ci sono piaciuti", prima di approvare a questo "Ci sono piaciuti ... un po' meno". E' un disco molto diseguale e la voce di Pietro Brega non è da Guinness dei primati, piuttosto da Guinness della noia, ma è anche un disco che contiene almeno un paio di bellissime canzoni: "Giulia" e "Sali sole". Oltre a essere sempre suonato in totale grazia di dio. Piero Brega nasce con Canzoniere del Lazio nel lontanisismo 1974, quando tra i suoi componenti si trovano grandi nomi come Carlo Siliotto, Francesco Giannattasio e, dietro le quinte, Mauro Pagani. Lo scorso anno dubutta da solista (oltre trent'anni dopo l'esordio) e vince il Premio Ciampi per la serie "largo ai giovani" (Brega ha quasi sessant'anni). Al disco hanno collaborato grandissimi nome come Danilo Rea, Michele Ascolese, Antonello Salis, Paolo Fresu, Ambrogio Sparagna, Roberto Gatto, Nando Citarella, Gabriele Coen, Elio Rivagli, Marcello Sirignano, ma questo non toglie che il lavoro sia discontinuo e datato. A cavallo tra musica popolare e d'autore. Tra luci intense e ombre cupe.


Marco Panattoni: “L’America” - Autoprodotto – 2006
Tutto dipende da cosa ti aspetti. Il primo disco di Marco Panattoni mi era piaciuto parecchio. Si intitolava “Gonne di gabardine” (magnifico titolo, peraltro) ed era solo un “progetto di cd”. C’erano echi di balcani e derive caposselliane o contiane, ma era appena il 2001: gli epigoni erano pochi. Quando mi è arrivato tra le mani questo “L’America”, la prima reazione è stata di delusione. Il disco aveva un piglio decisamente rock e mi era quindi sembrata un’involuzione. Questo gli è valso mesi di attesa tra “i non ascolti”, nonostante un (bel) brano, cantato in duetto con Guccini (“Ti ricordo Amanda”). Ripreso tra gli ascolti ora devo riconoscere che il disco è buono. Non è all’altezza del primo, ma comunque merita di essere ascoltato e il tiro rock, con tanto di schitarrate elettriche, non è affatto male. L’America peraltro a cui si riferisce (nei testi) Panattoni è quella del sud, anche se la musica richiama quella del nord. Sono canzoni eminentemente politiche e dio sa quanto ne abbiamo bisogno. Lunga vita a chi ha voglia di cantarle ancora!

Giancarlo Velliscig: "Obsoleti"
Devo dire la verità: a un primo ascolto non mi era piaciuto. Pur dotato di musiche interessanti, mi sembrava che la voce facesse troppo fatica a stare dietro ai ritmi che si era scelta. Sembrava la classica volta in cui le ambizioni sono superiori alla realizzazione. A ulteriori ascolti (che sono quanto mai necessari con i dischi di autori non conosciuti) mi sono accorto invece che il prodotto lievitava. E se pur rimangono perplessità sulla voce cresce la considerazioni sul valore delle canzoni. "Berto Tripoli" e "Sera a Marghera" sugli allori. Siamo in Friuli. Ma la musica non è tradizionale, semmai jazzata, e la lingua scelta è l'italiano e non il friulano (tranne in un caso, ma si tratta di Pasolini!) e per finire testi "impegnati", come si sarebbe detto una volta. Disco destinato a crescere. Gli ha fatto bene, per quanto mi riguarda, restare "Sotto la paglia"

Stefano Pastor: "Una notte in Italia"
Non si può dire che non sia un disco coraggioso e, a modo suo interessante. Stefano Pastor, jazzista, ha avuto una bella idea: prendere una manciata di canzoni d'autore italiane e provare a renderle con un trio jazz composto da lui stesso (al violino, percussioni, chitarra e flicorno), Massimiliano Rolff (al basso elettrico) e Maruzio Borgia (alla batteria e surdo). L'idea è bella, ma il risultato è diseguale. Si passa da canzoni molto indovinate ("Estate" di Bruno Martino) ad altre che stanno in piedi più a fatica ("La canzone di Marinella" di De André). Da riascoltare.

Silvia Dainese: "Demo 2002/2005"

Di questo demo mi convince del tutto solo la copertina. Per il resto trovo esattamente gli stessi pregi e difetti cheagitano quasi tutto il mondo cantautorale al femminile. Convinzione altalenante nei propri mezzi che fa puntare su scorciatoie ritmiche "moderniste" o radiofoniche che non riescono comunque a dare visibilità al prodotto e lo "globalizzano", immiserendo gli spunti di originalità che invece ci sono. Silvia Dainese fa tutto da sola (anche le copertine dei cd che sono tutte disegnate a mano, una per una. Cantante genovese di 26 anni, si mette in luce nei concorsi, generalmente riservati alle cantautrici, ma su disco convince meno che dal palco. Testi acerbi e voce interessante, ma non sufficientemente personale. "Parto per la luna" e "Colore viola" sono i meglio frutti, ma basterebbe un poco più di coraggio ...

Marcella Garuzzo: "Demo"

Per Marcella Garuzzo non valgono in pieno le stesse considerazioni fatte per Silvia Dainese. Qui c'è solo una chitarra e la voce, molta grinta, una bella voce. Ma ... come dire? Poche novità anche qui. Forse più convinzione nei propri mezzi e meno timidezze, per queste 5 canzoni "registrate in home recording nella mia stanza a Genova". Tuttavia la città è la stessa di Silvia, Genova; l'età pure, 26 anni, ma in questo caso siamo di fronte a un difetto di arrangiamenti, là in un eccesso. Insomma qualcosa di interessante sotto c'è. La prima canzone "Tracce sulle dita" è pure bella, ma non si può sempre giocare sulle stesse modulazioni della voce. Da rileggere i testi, ma, al volo, non lasciano tracce profonde.