Sotto
la paglia: ci sono piaciuti
laMalareputazione: "L'arena
instabile"
Caro
Federico, il disco è arrivato oggi. Tra pochi minuti lo metterò
su. Anzi, sai che ti dico? Lo facciamo al volo. Così ti dico anche
le prime impressioni al volo. Copertina buona: mi avrebbe interessato. Titolo:
ancora meglio. Intrigante. Nome del gruppo: ottimo. Diffido di chiunque non
abbia una malareputazione! Primi suoni buoni. Vedo che ci sono dentro un po’
di Ratti della Sabina e amici vari (come Andrea Ra o Andrea Ruggiero dei Legittimo
Brigantaggio). Buon biglietto da visita. Le note stampa sono esaurienti e
ben scritte. Le canzoni sono buone, direi al primo ascolto. Adesso vediamo
se qualcuna prende in modo particolare: Julienne, Nerina e Ninna Nanna per
ora. Ma il livello medio è buono. Bravi. I Ratti sono il riferimento
più immediato, ma credo che sia logico, visto la partecipazione di
Roberto Billi (e degli altri) al disco. Spero di riuscire a scrivere presto
qualcosa di voi. Anzi, sai che ti dico? Magari prendo queste note e le uso
per Sotto la paglia. Poi ci sarà tempo per ascoltarvi meglio. Buon
lavoro.
Luca Lo Bianco: "La
scomparsa di Majorana"
Lavoro
ambizioso anziché no. Ma ambizioni ben riposte. Un cd che si ispira
liberamente all'omonimo libro di Sciascia e che lo fa mettendo in piedi una
rappresentazione per attori e musica. Ci sono due attori, una chitarra, tre
sax, basso, voce, piano e batteria per fornire un accompagnamento garbatamente
jazz al lavoro. Le musiche sono tutte di Luca Lo Bianco che suona basso acustico
ed elettrico e le elettroniche di tutto il disco. Ne esce un lavoro uniforme
e intimamente sentito, che va ascoltato con cura. Ne arrivassero più
spesso di prodotti così!
Tetes
de Bois: "Avanti Pop"
'Avanti Pop' è geniale. A cominciare dal titolo, che racchiude un mondo,
un progetto politico, un'idea di impegno sociale e civile. Poi la copertina
e il libretto con le splendide illustrazioni di Marta dal Prato e con il manifesto
programmatico del progetto. Che è iniziato l'8 maggio 2006 all'Auditorium
Parco della Musica di Roma ed è proseguito in un tour tra fabbriche,
campi di pomodori, cave di gesso e caselli ferroviari. Un tour che prosegue,
perché i luoghi dove si svolgono i conflitti sociali del nostro tempo
sono tanti. E per ogni luogo un concerto, con incontri, racconti, ospiti illustri
a sorpresa e non comune gente comune. Non comune perché è la
gente che le lotte di quel luogo le ha vissute e le vive in prima persona.
Una cosa manca in questo cd, la retorica. Quella proprio non c'è e
non ne sentiamo la mancanza. In cambio - e che cambio - ci sono canzoni dei
Tetes de Bois e canzoni di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele Straniero,
Matteo Salvatore, Giorgio Gaber, Chico Buarque e Piero Ciampi. C'è
una poesia di Rocco Scotellaro messa in musica e c'è una poesia di
"camionista anonimo" amabilmente recitata da Gianni Mura, che è
stato anche dispensatore di ricerche di repertorio e preziosi consigli. E
poi c'è 44 gatti, sì proprio quella dello Zecchino d'Oro. Perché
in fondo anche quella è una canzone di protesta. Ma c'è soprattutto
l'approccio originale di Andrea Satta e dei suoi verso tutta una serie di
tematiche "pesanti" realizzato con leggerezza, ma una leggerezza
buona, quella che non ti fa dire "che palle" nemmeno quando si affrontano
le questioni più pesanti. C'è energia, c'è creatività,
c'è ritmo, c'è la raccolta di "storie d'amore di speranza
di rabbia d'ingiustizia tralicci fumi filari fiumi di lacrime pioppi solchi
cave"ci sono mille spunti per mille riflessioni e c'è il sogno
di "un giorno che non ti aspetti". E non c'è nemmeno la traccia
di un facile slogan.
Piccola Bottega
Baltazar: "Il disco dei miracoli"
Loro
non stupiscono più. O meglio, non dovrebbero stupire più. Sono
al loro terzo disco e già il secondo, Canzoni
in forma di fiore, era stato una gaudiosa conferma. Insomma,
anche "Il disco dei miracoli" non smentisce la fama dei Baltazar
che costruiscono, pietra su pietra, un disco maturo, serio, di morbida e delicata
poesia. Di trama tenue in trama tenue, il tessuto del disco si ispessisce
e regala attimi di puro piacere come nell'iniziale "La bella
listilina", ma è tutto il disco a regalare languori
convincenti e attimi di dolcezza senza zucchero.
Fabularasa: "Fabularasa
07"
Scusateli
per il titolo-non-titolo, ma non è un cd vero. E' solo un demo. Solo
che, in primo luogo, vale la pena di parlarne; in secondo luogo entro breve
quqesto demo potrebbe anche diventare un album a tutti gli effetti. E allora
diciamo subito grandi cose della Fabularasa. Arrivano dal Festival di Recanati
e sono indubbiamente bravi. Presentano due cover (ma una è Vecchio
Frack di Modugno e l'altra Giovanni Telegrafista
di Jannacci, tanto per dirne la qualità) e una manciata di pezzi loro
che viaggiano due spanne sopra la media. Se poi aggiungiamo la voce naturalmente
"endrighiana" (da Sergio Endrigo) del cantante e una grande abilitò
nel ricercare melodie armoniche, abbiamo da salutare un esordioc onfiocchi
e controfiocchi. Lunga vita ai Fabularasa! (e un abbraccio-bonusper il gioco
di parole).
Gianluca Bargis: "Niente
di personale"
Ennesimo
cantautore torinese (a Torino, in questo periodo, li aiuta l'aria! O il clima
olimpico? O la giunta di sinistra?)., ma altro esordio da leccarsi le dita.
Clima desertico, chitarre slide, blues da cintura torinese. Bargis canta i
fatti proprima con assoluta professionalità e padronanza dei propri
mezzi. D'altra parte lo consiglia uno che di musica d'autore se ne intende,
com Federico Sirianni. E' un disco hce si scava un suo tragitto interno man
mano sempre più profondo. Quando te ne accorgi ... è già
troppo tardi! Ti si è infilato sotto pelle. Dove combina danni. Molto
molto valido.
Folco Orselli: "Milano
Babilonia"
Si
intitola Milano Babilonia ed è il nuovo cd di Folco Orselli, cantautore
milanese della nouvelle vague dei trentenni di belle speranze, alla terza
prova discografica. Se per le prime due prove di Orselli (La stirpe di Caino
del 2002 e La spina del 2004) i giudizi oscillavano tra “derivativo”
e “irritante”, tanto era il calco sul modello Tom Waits, Milano
Babilonia è l’album della maturità: caldo, intenso, tirato
come un treno, con uno swing a tutta prova e la capacità di farsi seguire
per i gorghi di questa Milano non più da bere, ma sempre infernale,
Orselli traccia un ritratto metropolitano a colori intensi, con un pugno di
canzoni destinate a restarvi immediatamente in mente. Stamina e vitamina.
Massimo Chiacchio: "Sasso"
L'illusione è totale. Voce, testi e arrangiamenti richiamano a Fabrizio
De André! Credo che in Toscana, dove Chiacchio canta e opera sia cosa
nota. Non è colpa sua, si dirà; anzi, è merito. Probabilmente
sì. Ma è anche un limite. Non si riesce facilmente ad ascoltarlo
dimenticando l'illustre predecessore, siamo troppo occupati a fare riferimenti.
Insomma: da un lato si potrebbe gridare di gioia, briandando come a un amico
ritrovato. E dall'altro ci si chiede se il processo di clonazione non sia
troppo ricercato. Probabilmente menate: al di fuori di queste un ottimo disco
con qualche buona collaborazione come Goran Kuzminac e Massimilano
Larocca al canto e, tra i suonatori, Gianfilippo Boni e
Nico Gori. "Povero angelo"
la canzone preferita,
Daniele Sepe und Rote
Jazz Fraktion: "Suonarne 1 x educarne cento"
Il 2007 inizia bene se inizia con le provocazioni di Daniele Sepe. Che sono
soprattutto politiche. Sepe parte dal principio che "ribellarsi è
giusto" e su questo srotola la sua trama a ritmo di jazz (ma rosso!):
17 episodi per un disco strapieno, come al solito, messo in vendita al prezzo
consigliato di 10 euro. Insomma Daniele ci prova ancora una volta a ribellarsi
("la verità è sovversiva, la repressione morde: spacchiamole
i denti!") riportandosi agli anni'70 come a una mitica età dell'oro.
Onesta storica vuole che si parli di quegli anni come fantastici (è
vero), ma in cui non tutto era oro e mai, ora come allora, mi sembra vangelo
la frase del Comandante Mao: "spesso il nemico è quello che marcia
alla tua testa". Non rimpiango nemmeno uno dei leader e leaderini di
quegli anni. Rimpiango i compagni e il movimento. I leaderini sono tutti piazzati
ed hanno fatto carriera, ma, come dice anche Sepe: "Il mondo sta peggio
oggi che allora". Che sia mica un po' anche colpa loro? Il disco? Ma
è un disco di Daniele Sepe! Non può che essere una chicca!"
Apres la classe: "Luna park"
Sta sotto la paglia da un po', ma se non se ne parla almeno qui, sembra che
non l'abbiamo neanche sentito. E' un cd piacevolissimo che merita tutti gli
ascolti di questo mondo. Gli Apres la classe sono proprio bravi e sono migliorati
ancora. Leggero "Luna park"? Non lo so. Gradevole. Non è
esattamente la stessa cosa. Tutte le volte che mi capita per caso sul lettore
ne resto piacevolmente sorpreso. Onore al gruppo salentino (non è che
in Salento circoli un "gumbo" particolare per cui tutti diventano
cantautori?).
Spasulati band: "Pirati
nei mhz"
"Pirati nei Mhz" è stato uno dei miei dischi dell'estate!
Suonato e risuonato fino a imparare (quasi) l'arbreshe, l'albanese arcaico
che identifica la minoranza linguistica più numerosa d'Italia. Il gruppo
infatti viene da Santa Sofia d'Epiro (Cosenza), una delle comunità
di etnia albanese collocate nella Magna Grecia. Il primo disco loro era molto
piacevole con una contaminazione tra ska e reggae (e spezie dub ed etniche),
ma il secondo, ossia questo, è molto molto meglio! Un disco da 5 stelle
come piacevolezza complessiva. Estivo fino in fondo. Adatto per combattere
le nebbie e le tristezze di gennaio. Ascoltatelo. Merita.
Alessio
Lega: "Sotto il pavé la spiaggia"
Disco condiviso con i Mokaciclope, agro e dolce. Suddiviso tra mirabilie ed
evitabilità, nella misura del 70/30. Sconta una lunghezza fuori dalla
norma, ma ha il pregio enorme di proporci per la prima volta in versione italiana
(curata dallo stesso Lega) brani di Brassens, Brel, Leo Ferré, a cui
si uniscono nuovi classici di Renaud e Alain LePrest. Se sotto il profilo
testuale la vicinanza con l'originale francese è stata rispettata soprattutto
nelle intenzioni, divergendo semmai nei modi del narrare, per rendere un "qui
e ora" che non faccia pensare a una lettura museale dei classici, dal
punto di vista musicale questa libertà si è ampliata fino ai
confini del pop, con citazioni dei "plastici" anni '90 a mio parere
fuori contesto. Agro e dolce quindi. Sospeso tra il capolavoro e il "buttiamola
un po' in vacca". Sfoltito di una quindicina di minuti comunque un ottimo
disco, uno dei più significativi usciti in questo inizio d'anno. Le
critiche, peraltro, le si porta a chi si apprezza.
Priska: "La fureur
de papavoine"
Non
so nulla di questo disco. Se non che me lo ha rifilato in mano Lino Straulino
e che è di una bellezza commovente. Non lo troverete in giro, credo,
fuori dal Friuli (ma un brano è scaricabile da Bielle: Jesus
Mari). Cantato in friulano, francese e italiano, il disco è
venduto con un raffinato libretto che riporta i testi nelle tre lingue senza
traduzioni, corredati da belle fotografie e nemmeno un riga di spiega. Non
so chi sia Priska (la voce è di una donna, ma dietro chi suona?). Le
uniche indicazioni, criptiche, sono nell'ultima di copertina, ma riportate
per sigle. L'unica comprensibile è musica di Priska, testi di Lsd (che
sia Lino?). Insomma è un sotto la paglia carico di mistero anche per
me. Ma è un disco magico e volevo condividerlo. Cercatelo. E se qualcuno
ha informazioni me le dia.
Marlene Kuntz: "S-low"
Un
album dei Marlene Kuntz che suona, se non acustico, quantomeno rilassato è
decisamente un'esperienza nuova. Cristiano Godano continua a cantare come
se cantare in italiano costituisse una lingua straniera per lui, ma "S-low"
(lento e basso è il gioco di parole del titolo) è un disco che
si fa ascoltare. Un po' spiazzante sia per i vecchi fan che per i nuovi arrivi.
Il disco è la fedele documentazione del tour della scorsa stagione,
dove il trio di Cuneo era accompagnato da Gianni Maroccolo al basso: ballate
e rock lenti, ma con la giusta tensione. Una dimensione inconsueta, ma gradevole,
quasi un derivato alle atmosfere del loro album più lirico e lento,
l'ultimo, "Bianco sporco". Assieme al disco dovrebbe uscire un dv
di documentazione e entro l'estate prossima il loro nuovo album che, se è
vero quello che stiamo ascoltando, potrebbe andare in questa direzione. Più
pacata, più riflessiva, elettrica ma con garbo.
Mario Castelnuovo: "Come
erano buone le ciliegie del '42"
Se
c'è uno che del garbo ha fatto la sua cifra distintiva e il suo modo
di esistere, questo è Mario Castelnuovo. Attivo ormai da molti anni
e con molti album alle spalle, "Le ciliegie" non viene ad aggiungere
molto a quanto già si sapeva. Capacità di ben raccontare le
storie del piccolo mondo antico che gli ruota intorno, quasi fosse un personaggio
fuori dal tempo, musiche molto curate e assolutamente acustiche. Qualche collaborazione
di prestigio come Athina Cenci e Lina Wertmuller. Totalino: un disco quasi
perfetto che ripropone il dubbio del come mai Castelnuovo non riesca a sfondare.
Eppure le qualità ci sarebbero ed alcuni brani sono degli ingranaggi
a vapore di perfezione artigianale. Eppure ... eppure ....
Furlan Shop Orchestra:
"Banda di masnadieri"
Terzo
disco per Fabio Furlan e la sua "orchestra", ma primo disco che
mi è dato di ascosltarne. Le qualtià ci sono e anche ottimi
spunti: "Patè de foie, baguette, champagne / aiutami a capire
la realtà" mi sembra un mantra da adottare da subito (da
"A chi potrei raccontare"). Non tutto
il disco resta a livello delle cose migliori: ottimo "Il
drago Ermione", più di qualche dubbio per la infantile
"Tarzan nello spazio", che deve a tutti gli effetti essere rubricata
sotto canzoni per bambini, ma non delle migliori". Patrizia Laquidare
ospite in una canzone ("Prendimi per mano"),
molto interessanti anche "In questo vecchio porto"
e "La radio messicana" (solo musica) e
da segnalare anche la predisposizione di Furlan (che nel passato ha lavorato
anche con Marco Paolini e il poeta Andrea Zanzotto, per il cibo (ja di recente
aperto unistorante) e per il vino (brinda con noi dall'interno del libretto
di copertina. Buono. Poteva esserlo di più.
Monjoie: "Il bacio
di Polifemo"
Un
disco che viene da lontano. Viene dal passato. In primo luogo perché
i Monjoie non ci sono più, si sono sciolti nel 2005, dopo la pubblicazione
di questo disco. In secondo luogo perché sonorità e impostazione
del lavoro rimandano a quella stagione felice del progressive rock che ha
costretto il mondo ad accorgersi del made in Italy. Indiscutibilmente italiani
ed altrettanto indiscutibilmente marchiati dalla voglia di fare musica, i
Monjoie presentano 13 brani di lunga durata (difficilmente scendono sotto
i 5 minuti) caratterizzati da un cantare ispirato e salmodiante, da un suonare
corposo e stratificato che attrae e incuriosisce. Erano formati da Davide
Baglietto : tabla, derbouka, sonagli, tiktiri, musette del Berry; Valter Rosa:
chitarra classica,12corde,elettrica e bouzuki; Alessandro Mazzitelli : tastiere,sintetizzatori
e programmazione; Roberto Rosa : basso; Nicola Immordino : batteria e djembe
e Alessandro Brocchi (chitarra classica, voce, tambura), autore di testi e
musica, che ha continuato l’attività solistica fino a pubblicare
recentemente il suo primo disco solista: “Parodia di un esilio”.
Venivano dalla zona di Finale Ligure, suonavano assieme dal 1999 con l’obiettivo
di coniugare musica etnica, medioevale e canzoni d’autore. Obiettivo
riuscito. Sul loro sito (www.montjoie.it)
potete sentire i brani in versione ridotta. Il nome? E’ il grido di
battaglia dei cavalieri franchi.
Antonio Mainenti: "Don Luiggi e altri canti a-sociali”
Un altro lavoro molto interessante che nasce nelle secche
di quella discografia “minore” o fintamente minore, in cui Bielle
pesca sempre con grande piacere. Non autoprodotto, ma comunque numero 1 del
catalogo di Sicilia Punto L Edizioni, che poi sarebbe Sicilia Libertaria,
giornale anarchico per la liberazione sociale e l’internazionalismo.
Antonio Mainenti fa tutto da solo: canta, scrive, arrangia e suona una decina
di strumenti, tra cui chitarra clasica ed elettrica, viola braguesa, scacciapensieri,
tamburello, sinth e campionamenti. Oltre a cantare e a farsi i cori. Potrebbe
risultarne un disco di folk scarno, ma non è così: Antonio occupa
tutto lo spazio disponibile e con grinta propone soprattutto se stesso e il
suo repertorio, che in buona parte si appoggia su tradizionali rivisitati.
Ha esperienze di teatro (e si sentono nel modo di porgere le canzoni) e di
colonne sonore. “Don Luiggi e canti a-sociali” viene registrato
nel 2004. Non aspettatevi niente di classico. E’ folklore risciacquato
nel punk, con un piccolo inciso deandreiano, sberleffo obliquo e trasversale.
Come se Bugo suonasse a Ragusa … Il sito è www.mainenti.net
Enrico Terragnoli Orchestra
Vertical:“L’anniversaire”
Ci
è rimasto un po’ indietro anche questo disco. E anche in questo
caso è un vero peccato. Da un po’ di tempo in qua trovo che mi
piaccia molta più musica di prima. Lo devo prendere come un segnale
di rimbambimento precoce? O come il segnale che, andando a frugare tra le
pieghe delle produzioni, si possono trovare ottimi prodotti d’ingegno
italiani (e anche meno, come in questo caso). Eh sì, perché
se Enrico Terragnoli, a cui si dedica il nome dell’orchestra, è
italiano, veronese e membro dei Farabutto, “L’anniversaire”,
come il titolo lascia intendere è un disco cantato tutto in francese
e sostanzialmente un disco di jazz. Avete presente Madaleine Peyroux? Ecco,
qualcosa di simile, anche perché la voce dell’orchestra è
una voce femminile, quella di Claudia Bidoli (nome italiano, ma perfetto accento
francese) che scrive anche tutte le liriche, da cui il sospetto che sia bilingue.
Le musiche sono invece tutte di Terragnoli che suona chitarre, basso acustico
e kazoo. Oltre a loro, l’orchestra si compone di altre 12 persone(!)
che non suonano in tutti i brani. E’ un disco delizioso, con un libretto
altrettanto carino. Da ascoltare nelle mattinate di pioggia, ma anche quando
c’è il sole. Tanto sono bravi!
Marco Fabi: “La scelta”
Marco
Fabi è un altro della cinquina delle targhe Tenco per l’opera
prima. Inoltre è della famosa schiatta dei Fabi (Claudio e Niccolò)
che tanto hanno dato alle patrie canzoni. Il debutto è interessante.
Il disco è fatto di atmosfere pacate e sognanti. Per dare un riferimento
ascoltato di recente, le atmosfere ricordano quelle di Simone Meneghello che
richiamavano Nick Drake. L’impressione è rafforzata dalla voce
sussurrata e dall’ampio utilizzo di archi. Il risultato è più
che gradevole, in alcuni passaggi addirittura bello, forse solo un po’
appesantito alla distanza. Meglio sentire qualche brano random, perché
le atmosfere, come spesso in questo tipo di dischi, non sono molto variate.
Nei ringraziamenti si ricordano, oltre a Niccolò Fabi, anche Simone
Cristicchi e Pier Cortese “per gli anni trascorsi camminando insieme
uniti da un legame di vera amicizia”. Un debutto interessante e da tenere
d’occhio.
Giancarlo Spadaccini:
"Millemani"
Siamo nell'ambito della discografia "minore", quella che molto spesso
riserva positive sorprese. "Millemani" è un cd autoprodotto,
ma fatto col cuore, suonato bene e interpretato altrettanto. E' quasi una
sorta di concept disc, come si legge sull'esaustivo libretto. "In queste
canzone c'è il racconto di una strada che è iniziata con un
primo passo". Ed è un disco in cammino che passa da Cuba e ci
ritorna poi più vicino, che scruta nell'intimo e poi ci parla del mondo.
Spadaccini, che non è un ragazzino ai primi passi, ci parla di "sincerità"
nella presentazione. E questa sincerità si sente tutta, forte e intensa,
fino al punto da fare dimenticare alcune piccole sbavature. Se poi si aggiunge
che le musiche sono varie e piacevoli, eccoci di fronte al classico prodotto
che non andr° mai in radio, ma che fa sempre piacere ascoltare.
Milagro Acustico: "I
storie o cafè di lu furestiero novo"
Si sono formati a Roma nel 1995 ed hanno alle spalle, un autoprodotto ("Onirico
del '98), due album "americani" (tra cui la prima edizione di questo)
e ora due album per la Compagnia Nuove Indye. Quarto album ufficiale, prende
lo spunto da un libro di Bob Salmieri, anima del gruppo, su un viaggio a Tunisi,
città in cui è nato suo padre, da una famiglia di Favignana.
Il tema è sempre quello, a me caro, della convivenza e compenetrazioni
tra popoli e culture, il tema del viaggio, il caffé come luogo centrale
in cui si mescolano le esistenze degli autoctoni e dei forestieri. E' un disco
sulla lunga scia delle opere che hanno come lontanissimo progentitore "Creuza
de ma" ed è disco di ammaliante magia e sentori arabi, miscelati
con venti balcanici e solo mediterraneo, grazie anche all'azione della trentina
di strumenti adoperati da questo ensemble numerosissimo a cui si aggiungono
quattro musicisti turchi, registrati in apposite session a Istanbul, oltre
a voci della strada che vengono da Egitto, Colombia, Bangladesh e Filippine.
Ottimo lavoro.
Fragil Vida: "E
così noi"
E
così noi abbiamo uno dei nostri gruppi preferiti torna a proporre un
disco (il terzo nella loro non sterminata discografia) e, come d'abitudine,
il loro lavoro ci piace, ci convince e ci soddisfa. L'abbiamo tenuto un po'
troppo a lungo sotto la paglia, anche perché è un disco strano,
che non entra subito sotto pelle con la decisione di "Musicanti di cristallo"
o col piglio giovanile ma incantevole dell'esordio con "Allez enfants".
"Così noi" ha bisogno di più attenzione, anche perché
sono, più che canzoni (sostanzialmente una: "L'appeso") una
successione di brani musicali con brevi intarsi parlati. E infatti così
noi è una colonna sonora, appositamente composta per lo spettacolo
di danza della compagnia Alef, ma questo non toglie che sia estremamente suggestivo.
Ricorda, in alcuni passaggi "54" degli Yo Yo Mundi, ma soprattutto
per l'incrocio tra brani recitati e musiche. Alcuni brani svettano: "Madeleine",
"La vita non dimentica", "Niente era reale", "Stelle".
Ma vale il tutto nel suo insieme.
Franchi Giorgetti Talamo:
"Buongiorno felicità, bentornata tristezza"
Indovinata operazione di Oliviero Talamo che, in occasione della Mostra del
Disco organizzata da Area 96 il 22 aprile 2006 a Varese ha rispolverato 16
inediti del trio Franchi Giorgetti Talamo e li ha pubblicati su un cd a tiratura
limitata in 500 copie. L’atmosfera è tipicamente anni 70, ma
quella delicata fatta di un lavoro di chitarre allo stesso tempo lieve e studiato.
L’appartenenza al periodo si sente, ma giustamente e il disco suona
bene, in un clima di spigliatezza costruita su testi tutt’altro che
banali con un’anima che sta tra il vento e la poesia sociale. E’
un peccato che siano solo 500 copie. Qualcuno se ne accorgerà?
Daunbailò: "Daunbailò"
Colpa
nostra. Quando capita capita e bisogna dirlo. Colpa nostra che abbiamo lasciato
per un anno sotto libri, fogli di appunti, copertine di dischi, questo lavoro
dei Daunbailò. Non sotto la paglia, ma sotto la rumenta e a rischio
smarrimento. Poi capita che in una tiepida mattina di settembre, per caso
ti rimbalzi in mano. Ed è vero che il primo pensiero è stato
"capisco perché si era perduto" perché il disco attacca
con un rock furibondo a chitarre sguainate, ma dopo cambia, cambia e cambia
ancora. Insomma partenza da Metallica, prosecuzione da Baustelle o Tiromancino
o Otto Ohm, il versante nobile del pop rock italiano. Un lavoro molto interessante.
I Daunbailò derivano per filiazione diretta dai Mazapegul, sciolti
dopo la morte del cantante, ma proseguono su strade leggermente diverse. Più
che interessanti.
Harduo: "Ovest hardita
Est"
Arriva
dalla provvida covata di Folkest ed è un grande disco chitarristico.
l'Harduo corrisponde infatti ai nomi di Andrea Vanier e Raffaello Indri che
in questo lavoro d'esordio hanno radunato una fitta schiera di pards (Pietro
Sponton, Christian Bertok, Fulvia Pellegrini, Flavia Quass - alcuni di loro
li avete già trovati in Tischlbong)
per mettere insieme 10 brani di grande virtuosismo chitarristico, che ricordano
le vette di John Renbourn e Stephen Grossman, quando non gli arcani sortilegi
di John Fahey. E' evidente che, qualora vi dilettaste a suonare la chitarra,
dopo l'ascolto di questo disco ne fareste legna da ardere, ma è un
rischio da correre. Chitarre acustiche (non si sa di che marca!) al servizio
di 8 loro composizioni dove la voce (di Flavia Quass) rientra solo in un brano,
"Lejania", di cui la stessa Quass dovrebbe aver scritto il testo.
Con poco struscio e molto talento ecco servito un disco che vale la pena.
Con un brano di 20 minuti finale in cui succede di tutto!
Stefano Scala: "Unsui.
Il sentiero dei bambù"
E' una musica che sa di bambù. Musica molto rarefatta, d'ambiente,
con brani molto lunghi che portano suoni naturali. come lo scorrere dell'acqua,
il frusciare del vento, i movimenti delle foglie, il respiro del bosco, uniti
a strumenti tradizionali di altre culture: dallo xilomarimba al shakuachi,
dal mu-yu al shamisen, dai gong a mammelle alla burna bells. Stefano Scala,
ricercatore musicale italiano, suona praticamente tutti gli strumenti, con
l'ausilio di due musicisti, uno giapponese, esporto di musica per flauto dolce
giapponese (shakuachi) e l'altro franco-cinese, polistrumentista specializzato
in musica folclorica cinese. L'effetto all'ascolto è spiazzante., Bisogna
essere preparati. Si viaggia da vette sublimi a un velo di noia, ma il giudizio
è globalmente favorevole. Sapendo cosa si va ad ascoltare il respiro
ampio della musica prende il sopravvento.
Gai
Saber: "La fabrica occitana"
Convincenti,
carichi e mai banali. Ancora a conferma che in provincia e fuori dai circuiti
ufficiali nascono le musiche e le canzoni migliori. Gai Saber è una
sferzata di talento occitanico che ci colpisce in piena faccia come una sferza
di vento dopo la pioggia. Sono sette più due ospiti, fanno musica folk
acustica, “imbastardita” con elementi elettrici, trip hop e jungle,
e di altre culture (darbuka, hurdy gurdy, melodeon, bodhran, djembe). Tra
i brani più immediati “Occitania que t’en vas” e
soprattutto “La fabbrica occitana” che dà il titolo al
disco e che è ispirata di sicuro a “Vedrai come è bello”
di Gualtiero Bertelli. Nota di merito per la copertina e per il libretto,
documentato e proposto in quattro lingue (occitano, italiano, francese, inglese).
Vengono dalle valli occitaniche (Cuneo) e stanno assieme dal 1992.
Gitanes:
"La catena"
Restiamo
in zona Cuneo, una delle più attive con il Friuli di tutto il nord
Italia, l’estremo nordest e l’estremo nordovest, per dare il ben
tornato ai Gitanes (sono sette anche loro) che qualche mese ci riempirono
di piacere con un demo di cinque pezzi che faceva ben sperare. Speranze ben
riposte. “La catena” ora è un disco di 13 pezzi, carico
di energia, di sano combat folk e di stampo cantautorale. Possono ricordare
ora i Ratti della Sabina (per la carica narrativa), ora i Mercanti di Liquore
(per la vena comunicativa). Propongono 7 brani loro, uno di De André
(“Volta la carta”), un paio di tradizionali e un altro paio di
amici, ma con musica dei Gitanes. Una chicca è la divertentissima “Trauma
infantile”. Un altro gioiello, che già faceva parte del demo,
è “U megu”, dedicata a Felice Cascione, medico chirurgo
partigiano, ucciso dai fascisti nel ’44. Da segnarsi anche “Casa
do menor”.
Lautari:
"Anima antica"
Non avessero altro merito alcuno questi Lautari, avrebbero almeno quello di
essere alla base dei ripensamenti che hanno condotto Carmen Consoli a scodellare
quel magnifico lavoro che è "Eva contro Eva". Infatti i Lautari
vivo e agiscono sotto l'egida dell'etichetta musicale curata da Carmen Consoli
e, come La Camera migliore, sono un ottimo prodotto e un'ottima scelta. A
riprova che la cantantessa di musica "se ne acchiappa" e anche parecchio.
Offrono musica popolare, ma da loro rivisitata, anzi, completamente rifatta.
E l'esito è più che convincente. Ottima strumentazione, buona
resa vocale, ottimi brani, anche in italano, come "Il lupo", spassoso
eppure pensoso. Tutti i brani sono di Allegra, Castrogiovanni, Fuzio (ossia
i Lautari), più qualche aggiunta, tra cui, prestigiosa, quella di Alfio
Antico. Musica popolare che non invecchia mai. Un piacere. Come una granita
al caffè con panna.
Simone
Meneghello: "Le canzoni di settembre” - Bitzero/Self – 2006
Simone Meneghello aveva fatto una cosa molto bella qualche mese fa. In attesa
di pubblicare il disco, aveva “provvisoriamente” pubblicato i
brani sul proprio sito. Ora gli stessi brani, magari rivisti e riarrangiati,
escono su supporto discografico. Il risultato è ottimo: Meneghello,
milanese di una trentina d’anni scarsi, percorre strade sulle quali
qualche anno fa si era arrampicato con fatica Nick Drake. Le atmosfere musicali
sono affini, come pure gli strumenti scelti per raccontarle: chitarre acustiche,
violino, violoncello, glockenspiel, oltre a contrabbasso e batteria. Il clima
è sognante ma mai rassegnato, per l’appunto “settembrino”
come suggerisce il titolo. I testi parlano di eventi normali con assoluta
tranquillità. Non tentano voli acrobatici, ma appoggiano adeguatamente
le musiche. Unico rischio un po’ di uniformità, ma è un
rischio marginale. Disco molto molto piacevole.
Nave Cargo Parampampoli
La difficoltà principale è capire dove parte il nome del disco
e dove finisce quello del gruppo. Dopo giorni e giorni di analisi sono arrivato
alla conclusione che si chiamano nello stesso modo: Nave cargo Parampampoli
il gruppo ed il disco. Se pensiamo che il primo demo del gruppo si chiamava
"Il varo" e che la metafora marinara riaffiora spesso ecco che abbiamo
risolto la questione del nome. Seconda difficoltà: passare sopra a
una grafica da gruppo kraut-rock ed accettare che invece si facesse del folk
d'autore. Superati questi due (piccolissimi) impacci abbiamo un disco che
piace e anche parecchio. Folk-rock energetico e corroborante, buona voce,
un paio di cover (Ciampi, il solito "Il vino"
e Vysotskij, il meno solito "De profundis").
Vagano tra Bologna e Liguria. Meritano ascolto ed attenzione.
Fabrizio Consoli: "Autogrill"
Ci sono gli artisti "amici" e poi ci sono gli amici artisti. Fabrizio
Consoli appartiene a quest'ultima categoria. Questo non toglie (anzi, aggiunge)
al fatto chele canzoni di Fabrizio Consoli siano estremamente gradevoli, in
bilico tra alcune cose di Fred Buscaglione e altre di Paolo Conte e, infine,
la più parte personali. "Autogrill" (musica e parole sulle
piastrelle del bagno" è una sorta di colonna sonora dello spettacolo
"Autogrill" di Max Pisu, a cui partecipa anche Fabrizio. Alcune
canzoni provengono da "18
piccoli anacronismi", però rifatta dal vivo e altre sono state
composte per l'occasione o comunque recentemente. Alla canzone "Sugar"
partecipa come "very special guest" Fred Buscaglione Jr,
il figlio del grande Fred. Max Pisu compare in un paio di brani. Piacere e
divertimento assicurati.
I Luf: "Il fiore
del Sambuco/2"
E
i nostri amici Lupi tra Brianza e Val Camonica non riescono a stare fermi
un attimo. Ormai calati del ruolo di "Nomadi de' noantri" proseguono
a ritmo incessante a proporre uscite discografiche, editoriali, miste, cestini
omaggi, vasi di fiori, magliette, fogli volanti ... tutto quello che può
servire per far ricordare a tutti che i Lupi sono ancora in strada. Questa
uscita è il secondo capitolo di una magnifica iniziativa già
celebrata lo scorso anno: "I fiori del sambuco" il cui ricavato
sarà devoluto all'associazione “A força da partilha”,
che da anni si occupa di volontariato nella difficile realtà dei bambini
di strada del Brasile. Quattro canzoni di cui due molto belle: "La
stagia de Thor" (La spada di Thor) e "Sgunfi d'amur"
(Gonfio d'amore) e due "solo" belle: "Capitan Pincianell"
e "Libertà". Ospite di lusso in tutte le
canzoni: Flavio Oreglio che si alterna con Dario Canossi al canto. Cercatelo,
merita.
Stefano Amen: "Fammi
un euro di stravecchio"
Credevamo di averle visto tutte, ma qualcuno che cantava "alla Luigi
Grechi" ancora ci mancava. Stefano Amen colma questa lacuna. L'adesione
è perfetta e l'illusione pure. Non solo, ma anche le tematiche sono
affine e l'amore per la musica country pure. Negli episodi più lenti
riemerge qualcosa di Fabrizio Consoli o del miglior Bugo (ma qui la chitarra
la si sa suonare!). Non è un demo per voce e chitarra e tutto l'insieme
funziona dannatamente bene. Di lui sappiamo quasi niente: è attivo
a Torino e ha a che fare col sito www.20k.it, suona spesso con Daniele Brusaschetto,
altro artista che sarebbe da tenerd'occhio (anzi ... d'orecchio). Insomma,
ancora una sorpresa.
Sotto la paglia: ci sono piaciuti ... un po' meno
Antonella
Ruggiero: "Stralunato recital_live"
Che classe la signora! Che grande classe! E che voce. E nondimeno un filo
di noia. Tanta maestria da restarne ammirati, stupiti, aboccapertati, tra
classici più o meno nuovi ("Io vorrei ... non vorrei
... ma se vuoi" di Lucio Battisti, "Mi
sono innamorata di te" di Luigi Tenco. "Vacanze
Romane" dei Matia's Bazar). Tra gli accompagnatori Mark
Harris, alla produzione il marito Roberto Colombo. Tutto a posto, compresa
una copertina bianca candida e senza nessuna concessione. Tutto registrato
dal vivo tra il 2003 e il 2006. Ma alla fine 16 canzoni sembrano troppe. Forse
sono troppe?
Enzo
Avitabile: "Sacro Sud"
Disco
finito nella cinquina del Tenco, in gara per la Targa per le canzoni in dialetto.
Senza volerlo (o volendolo benissimo) si è creata una nuova categoria:
i “quasi premiati”. Già tutti quelli rientrati tra i 5
in gara per i giovani o per il disco in dialetto hanno aggiornato i propri
siti internet con l’informazione. Com’è “Sacro sud”?
Non molto diverso da un solito disco di Avitabile. Non trovo guzzi, non trovo
motivi particolari per ricordamelo, non trovo peraltro nemmeno nessun motivo
per parlarne male. Quando uno è un professionista che da molti anni
calca le scene, difficilmente uscirà con qualcosa di stravolgente in
ambedue i sensi. Hanno fatto eccezione Fabrizio De André con “Creuza
de ma” e Fossati, prima in senso positivo con “Buontempo”,
poi in senso negativo con le ultime uscite. Avitabile si mantiene sul suo
standard? Indispensabile? No … e(a)vitabile.
Lucilla Galeazzi: "Amore e acciaio"
Ecco
un ‘altra beneficiata delle Targhe Tenco. Che dimostra solo che per
le categoria cosiddette “minori” (esordienti e dialetto) l’ascolto
della platea di giornalisti votanti è in genere distratto. E’
un brutto disco quello di Lucilla Galeazzi? No. E’ un bel disco? No.
E’ un disco non necessario. Che non aggiunge nulla e nulla toglie al
panorama musicale. Canta bene, certo, viene dalla scuola di Giovanna Marini,
ma l’anima dove sta? Lucilla Galeazzi compita degli eleganti esercizi
di stile che, alla lunga, risultano stucchevoli. Mi piacerebbe sapere se c’è
qualcuno che è riuscito ad ascoltare questo disco due volte di fila.
Io non sono tra quelli. L’ho ascoltato per puro dovere, ma non è
scattata la scintilla. Canzoni di amore e acciaio, perché in bilico
tra San Valentino e storie di acciaieria. Le canzoni sono in parte di composizione
della Galeazzi e in parte derivate dalla tradizione contadina e operaia di
Terni. Ne risulta un disco, forse di studio, ma certo datato e polverosetto.
E poi soprattutto con una voce che non emoziona. Questione di gusti: i miei
non li incontra. Brutto? Per carità no. Ma se posso scegliere, ascolto
altro.
Alberto Morselli: "Da un'altra parte"
Per
una di quelle strane coincidenze della vita mi capitano sotto mano assieme
il primo disco solistico di Cisco e l'ultimo disco solistico di Alberto Morselli,
rispettivamente secondo e primo cantante dei Modena City Ramblers, ma, al
di là di questo, personalità opposte che forse nemmeno si stanno
tanto simpatici a vicenda. Sta di fatto che Morselli è uscito dai MCR
dopo il primo disco (lasciandoci tutti nello sconcerto più totale)
in dissenso su tutto, sorpattutto dal punto di vista politico e Cisco ha preso
in mano il pallino del gruppo con la sua uscita. Ora Cisco se ne va dai Modena,
ma il suo disco "La lunga notte" suona in tutto e per tutto come
fosse dei MCR, Alberto invece fa un disco che se ne discosta parecchio. Non
brutto, no di sicuro e con anche qualche pezzo molto convincente, ma piuttosto
indefinito e nebuloso, con delle svisate verso il pop. Mi lascia convinto
a metà: lo metto sotto la paglia e lo lascio maturare. Ne avrà
senz'altro beneficio. La voce, comunque, è sempre quella!
Dinamo Folk Rock Band: "Profili profani
Gaudiosa
band di combat folk, sa il fatto suo, diverte e picchia come si deve, mette
stamina in corpo e voglia di saltare. Il disco, dal canto suo e convincente
e loro sono bravi. Resta solo un po' il sospetto che il tempo per il combat
folk sia ormai irrimediabilmente passato. Sì, ancora valido come base,
come scala d'accesso per il palco, come sistema per farsi comunque ascoltare
(e infatti il loro disco si ascolta con piacere), ma mi sembra sia necessario
andare un passo oltre. Potrei sbagliarmi ma la Dinamo Folk Rock Band ha l'energia
per farlo.
Indovinatoduo:
"Indovinatoduo"
Come
di prammatica in un esordio disco e gruppo si chiamano allo stesso modo. E'
un duo come gli Harduo (che però hanno "indovinato" un nome
migliore col suffisso in -duo) e vengono sempre dalla sponda del Folkest.
Si tratta di Flavia Pellegrini (violinista) e di Pietro Sponton, percussionista.
Sì, sono sempre loro: gli stessi di Tischlbong e di Harduo! Mettono
insieme un disco di grande classe e atmosfera, suggestivo, meditativo, profondo,
ma ... irrimediabilmente irlandese. Ce n'era bisogno? Mah. Questa scelta toglie
qualcosa al piacere dell'ascolto che pure è tanto. Se poi aggiungiamo
che i brani sono tutti tradizionali irlandesi tranne uno, il ciclo si chiude.
Ed è un po' un peccato.
Piero Brega: "Come li viandanti"
Piero
Brega ha una lunga storia e questo disco circola
già da parecchio. A lungo è stato "Sotto la paglia"
e in tutte le posizioni possibili: da "non parleremo di .." a "ci
sono piaciuti", prima di approvare a questo "Ci sono piaciuti ...
un po' meno". E' un disco molto diseguale e la voce di Pietro Brega non
è da Guinness dei primati, piuttosto da Guinness della noia, ma è
anche un disco che contiene almeno un paio di bellissime canzoni: "Giulia"
e "Sali sole". Oltre a essere sempre suonato in totale grazia di
dio. Piero Brega nasce con Canzoniere del Lazio nel lontanisismo 1974, quando
tra i suoi componenti si trovano grandi nomi come Carlo Siliotto, Francesco
Giannattasio e, dietro le quinte, Mauro Pagani. Lo scorso anno dubutta da
solista (oltre trent'anni dopo l'esordio) e vince il Premio Ciampi per la
serie "largo ai giovani" (Brega ha quasi sessant'anni). Al disco
hanno collaborato grandissimi nome come Danilo Rea, Michele Ascolese, Antonello
Salis, Paolo Fresu, Ambrogio Sparagna, Roberto Gatto, Nando Citarella, Gabriele
Coen, Elio Rivagli, Marcello Sirignano, ma questo non toglie che il lavoro
sia discontinuo e datato. A cavallo tra musica popolare e d'autore. Tra luci
intense e ombre cupe.
Marco
Panattoni: “L’America” - Autoprodotto – 2006
Tutto dipende da cosa ti aspetti. Il primo disco di Marco Panattoni mi era
piaciuto parecchio. Si intitolava “Gonne di gabardine”
(magnifico titolo, peraltro) ed era solo un “progetto di cd”.
C’erano echi di balcani e derive caposselliane o contiane, ma era appena
il 2001: gli epigoni erano pochi. Quando mi è arrivato tra le mani
questo “L’America”, la prima reazione è
stata di delusione. Il disco aveva un piglio decisamente rock e mi era quindi
sembrata un’involuzione. Questo gli è valso mesi di attesa tra
“i non ascolti”, nonostante un (bel) brano, cantato in duetto
con Guccini (“Ti ricordo Amanda”). Ripreso tra
gli ascolti ora devo riconoscere che il disco è buono. Non è
all’altezza del primo, ma comunque merita di essere ascoltato e il tiro
rock, con tanto di schitarrate elettriche, non è affatto male. L’America
peraltro a cui si riferisce (nei testi) Panattoni è quella del sud,
anche se la musica richiama quella del nord. Sono canzoni eminentemente politiche
e dio sa quanto ne abbiamo bisogno. Lunga vita a chi ha voglia di cantarle
ancora!
Giancarlo Velliscig: "Obsoleti"
Devo dire la verità: a un primo ascolto non mi era piaciuto. Pur dotato
di musiche interessanti, mi sembrava che la voce facesse troppo fatica a stare
dietro ai ritmi che si era scelta. Sembrava la classica volta in cui le ambizioni
sono superiori alla realizzazione. A ulteriori ascolti (che sono quanto mai
necessari con i dischi di autori non conosciuti) mi sono accorto invece che
il prodotto lievitava. E se pur rimangono perplessità sulla voce cresce
la considerazioni sul valore delle canzoni. "Berto Tripoli"
e "Sera a Marghera" sugli allori. Siamo in Friuli.
Ma la musica non è tradizionale, semmai jazzata, e la lingua scelta
è l'italiano e non il friulano (tranne in un caso, ma si tratta di
Pasolini!) e per finire testi "impegnati", come si sarebbe detto
una volta. Disco destinato a crescere. Gli ha fatto bene, per quanto mi riguarda,
restare "Sotto la paglia"
Stefano
Pastor: "Una notte in Italia"
Non si può dire che non sia un
disco coraggioso e, a modo suo interessante. Stefano Pastor, jazzista, ha
avuto una bella idea: prendere una manciata di canzoni d'autore italiane e
provare a renderle con un trio jazz composto da lui stesso (al violino, percussioni,
chitarra e flicorno), Massimiliano Rolff (al basso elettrico) e Maruzio Borgia
(alla batteria e surdo). L'idea è bella, ma il risultato è diseguale.
Si passa da canzoni molto indovinate ("Estate"
di Bruno Martino) ad altre che stanno in piedi più a fatica ("La
canzone di Marinella" di De André). Da riascoltare.
Silvia Dainese: "Demo 2002/2005"
Di
questo demo mi convince del tutto solo la copertina. Per il resto trovo esattamente
gli stessi pregi e difetti cheagitano quasi tutto il mondo cantautorale al
femminile. Convinzione altalenante nei propri mezzi che fa puntare su scorciatoie
ritmiche "moderniste" o radiofoniche che non riescono comunque a
dare visibilità al prodotto e lo "globalizzano", immiserendo
gli spunti di originalità che invece ci sono. Silvia Dainese fa tutto
da sola (anche le copertine dei cd che sono tutte disegnate a mano, una per
una. Cantante genovese di 26 anni, si mette in luce nei concorsi, generalmente
riservati alle cantautrici, ma su disco convince meno che dal palco. Testi
acerbi e voce interessante, ma non sufficientemente personale. "Parto
per la luna" e "Colore viola" sono
i meglio frutti, ma basterebbe un poco più di coraggio ...
Marcella Garuzzo: "Demo"
Per
Marcella Garuzzo non valgono in pieno le stesse considerazioni fatte per Silvia
Dainese. Qui c'è solo una chitarra e la voce, molta grinta, una bella
voce. Ma ... come dire? Poche novità anche qui. Forse più convinzione
nei propri mezzi e meno timidezze, per queste 5 canzoni "registrate in
home recording nella mia stanza a Genova". Tuttavia la città è
la stessa di Silvia, Genova; l'età pure, 26 anni, ma in questo caso
siamo di fronte a un difetto di arrangiamenti, là in un eccesso. Insomma
qualcosa di interessante sotto c'è. La prima canzone "Tracce sulle
dita" è pure bella, ma non si può sempre giocare sulle
stesse modulazioni della voce. Da rileggere i testi, ma, al volo, non lasciano
tracce profonde.