JEAN CLAUDE JONES WITH FRIEDNDS - review / recensione Suono Feb.2006

Jean Claude Jones è un esponente della corrente jazzistica israeliana più recente e radicale, legata a uno sperimentalismo coraggioso e talora estremo, dettato e suggerito da una cultura che nelle sue differenti componenti etniche ha sempre saputo essere tanto stimolante quanto inquieto e complesso è stato ed è il suo percorso. Di sicuro Jones non intende l'essenza del suo strumento, il basso, nell'accezione classica ma preferisce un uso molto più creativo e libero dello stesso, associandolo a altre forme di arte e creazione vocale strumentale che possano stimolarne la potenzialità. Nascono così dei duetti (diciassette) con artisti (nove) differenti, che sono momenti di differente durata (da un minuto e mezzo a quasi dieci) fra il contrabbasso e la voce, il violoncello, il sax, il flauto, la batteria, il piano e il clarinetto. Se le performance per voce (di Josek Sprinzack, Harold Rubin e Yael Tai) hanno qualcosa di accattivante sul piano recitativo e teatrale (si vorrebbe vederli in video), le altre, con l'esclusione di un paio di tracce caratterizzate dalla presenza di un flauto a tratti anche lirico, sono incontri sperimentali privi sostanzialmente di melodia e fortemente connotati all'improvvisazione. Lavoro complesso, a tratti affascinante, un po' cervellotico, e spesso stancante. Meglio se si potesse goderne i pregi associandolo a una qualsivoglia rappresentazione "visuale", magari anche in un fai da te improvvisato. Un po' criptico...

Jean Claude Jones belongs to the most recent and radical jazz stream of Israel, linked to a brave and extreme experimentalism, suggested by a culture that in its ethnic parts has always been stimulating and complex. Surely, Jones is not meaning his own instrument (the bass) as per the classic role, but he prefers a much more creative and free use , reminding other forms of art and vocal creation that may stimulate the potential. In this way, we find seventeen duets with nine different artists. The tracks have duration from 1,5 to ten munites and are moments of dialogue between doible bass and voice, cello, sax, flute, drums, piano and clarinet. If the vocal performance is quite attracting under the view of recitation and teathre (would be nice to see them in video), the other tracks, excepted a couple of tracks with a sometimes lyrical flute, are substantially experimental meetings without melody and strongly coming from improvisation. A complex work, sometimes fashinating, a bit extravagant and often tiring. It would be better if we could associate the values to a visual show, maybe with an extemporary improvisation. Quite cryptical...

Sergio Spada