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SR0502

J. C. Jones - double bass & live electronics
Harold Rubin - clarinet
Josef Sprinzak - vocals
Ariel Shibolet - s. sax
Yuval Mesner - cello
Yael Tai - vocals
Hagai Fershtman - perc.
Gan Lev - sax
Maya Dunietz - piano
Albert Beger - flute
Jean Claude Jones
With Friends


Duo with Josef Sprinzak
01. The Lion - 5:40

Duo with Harold Rubin
02. Esther - 5:00

Duo with Yuval Mesner
03. Improvisation n. 1 - 6:30
04. Improvisation n. 2 - 3:35

Duo with Gan Lev
05. Improvisation n. 1 - 2:25
06. Improvisation n. 2 - 1:35
07. Improvisation n. 3 - 6 :35
08. Improvisation n. 4 - 2:30

Duo with Yael Tai
 09. Petite Petite - 7:25

Duo with Albert Berger
 10. Improvisation - 9:30

Duo with Hagai Fershtman
11. Improvisation n. 1 - 2:25
12. Improvisation n. 2 - 3:48

Duo with Ariel Shibolet
13. Improvisation n. 1 - 2:47
14. Improvisation n. 2 - 2:32

Duo with Maya Dunietz
 15. Improvisation n. 1 - 3:33
 16. Improvisation n. 2 - 2:34
 17. Improvisation n. 3 - 4 :03



Silta Records
email: info@siltarecords.it
web: http://www.siltarecords.it

 


Il free può essere una esigenza espressiva figlia di un'evoluzione continua che sfocia nella musica libera quasi come punta estrema. Il free può anche essere un modo di fare ricerca adottato per individuare nuovi confini che non emergono fintanto si è "rinchiusi" in un qualcosa di delimitato. Il free è un mezzo di comunicazione tra musicisti che senza alcuno schema cercano l'interazione, cercano di incontrarsi nello stesso punto, allo stesso istante, integrandosi, complementandosi. In questi e altri casi ancora, il free deve comunque essere un punto di arrivo, un approdo al quale si giunge e non dal quale si parte. Si deve avvertire forte l'esigenza di liberarsi dagli schemi e di attraversare un mondo privo di tempo e spazio, quale è il free, per essere poi costruttori di un tempo e di uno spazio estemporanei. Una volta giunti nell'universo del free, ci si ritrova in un mondo sconfinato dinanzi al quale si possono adottare diverse strategie. Girovagare senza meta individuando casualmente emozioni e sensazioni importanti da rimarcare oppure disegnare percorsi con un senso geometrico, spaziale, temporale - almeno nelle intenzioni - lasciando però ampia libertà espressiva e, quindi, ampia possibilità di sovvertire le originarie intenzioni.

Jean Claude Jones al free vi giunge dopo un percorso di studio del mondo tradizionale soprattutto legato al suo strumento, il contrabbasso, sempre visto come supporto ritmico-armonico e solo recentemente emerso grazie all'apporto fornito da musicisti e compositori divenuti anche leader di ensemble vari.

La formula scelta è quella di individuare questi percorsi insieme a diversi partner riuniti in duo definendo quindi l'obiettivo di raggiungere il massimo livello di interazione possibile partendo da un'improvvisazione pura, non pianificata. Vi è una forte componente legata al suono e quindi al tentativo di raggiungere le stesse dinamiche, le stesse intensità anche con strumenti differenti come addirittura può essere tra il contrabbasso di Jones e la voce di Josef Sprinzak oppure nello stridore ricercato dai sax di Gan Lev e dall'archetto del contrabbasso. Laddove invece gli strumenti sono più affini allora l'interazione diventa ritmica o anche melodica come accade nel duo con il violoncello di Yuval Messner in cui si ascoltano alcuni passaggi più rilevanti forse anche grazie alla maggiore durata del pezzo (e anche ad una parvenza di strutturazione...). E' infatti un po' stridente la ricerca di un'intesa partendo da un'improvvisazione totale e radicale relegata però ad un tempo ridotto anche ad un solo minuto. Probabilmente quanto pubblicato è un estratto considerato emblematico e quindi riportato poi su disco ma all'ascoltatore è lasciato forse troppo poco tempo per adeguarsi alle intenzioni dei musicisti.

Jones, tra i promotori dell'associazione Kadima, nata per promuovere la musica creativa e improvvisata in Israele, sembra porre proprio la musica in secondo piano anteponendovi la produzione di elementi sonori atti a giustificare l'esserci, esistere per cui trasmettere, ma tutto questo è davvero di difficile comprensione. Rimane quindi un lavoro che va nella direzione della ricerca espressiva che darà sicuramente tanta emozione e trasporto al musicista ma che richiede un ascoltatore in grado di immedesimarsi, di sintonizzarsi. Ed è questo il dubbio personale riguardo la musica free in genere: pur essendo un momento estremo per chi la fa rischia di diventare un momento di disorientamento forte per chi l'ascolta aumentato ancora di più dal mezzo discografico che non rende visibile la scena.
Marco Losavio per Jazzitalia